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In Cammino per Santiago

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Ciao Laura (Akentos) e grazie per aver accettato di raccontare ai lettori di Meglio Crudo la tua avventura sul Cammino di Santiago. Penso che sia difficile trovare qualcuno che non ne abbia almeno sentito parlare, ma ti chiederei, in apertura, di descrivere brevemente cos’è ed in cosa consiste…

Il Cammino di Santiago non è uno solo, ve ne sono diversi, con lunghezze differenti; ad esempio, il “primitivo”, quello “del nord”, “la via della plata”, ed altri. Il “francese”, attualmente, è il più battuto. Quest’ultimo può iniziare da Saint-Jean-Pied-de-Port, un paesino che sta sul versante francese dei Pirenei, oppure da Roncisvalle, sul versante spagnolo; io ho percorso una parte di quello francese, partendo da Saint-Jean, fino a Villafranca Montes de Oca, per un totale di 270 chilometri. Il percorso è contrassegnato da frecce o conchiglie gialle su fondo blu.

Il “francese” è un pellegrinaggio lungo circa 800 chilometri, alla fine dei quali si può ottenere la “Compostela”, ossia la certificazione di come si è arrivati a Santiago. In effetti, per avere la Compostela basta percorrerne gli ultimi 100… è una cosa strana per cui tu puoi percorrere 650 chilometri e non ottenerla. Ma a molti pellegrini, me compresa, non interessa perché la vera meta del Cammino è il Cammino stesso!  In cosa consiste? Cammini! (risata)

(risata) Certo! Cosa ti ha spinto a farlo?

Ha chiamato! Più di una volta in questi anni mi sono fermata a pensare seriamente alla partenza, trovando sempre qualche motivo per rimandare. Questa volta una persona mi ha riferito che sarebbe partita a fare il Cammino con un viaggio organizzato dal CAI. Non avevo intenzione di aggregarmi ad un viaggio organizzato, ma la cosa mi ha stuzzicata; sono tornata a casa ed ho detto a mio marito “Parto!” e lui, (che negli stessi giorni ascoltava i racconti entusiastici di una persona che l’aveva percorso per ben 3 volte!) mi ha risposto: “Parto anch’io!”. Era il mio momento! Poi, se mi chiedi se ho trovato qualcosa ti rispondo di si, anche se non è quello che cercavo. Ma si dice che il Cammino non ti dia quello che cerchi, bensì quello di cui hai bisogno.

Quindi sei comunque soddisfatta di ciò che hai trovato?

Si! Ripartirei seduta stante! È la prima volta in vita mia che non sono contenta di essere tornata a casa! Io sono come un gatto, sto bene a casa mia, ma questa volta è diverso. Il Cammino continua a lavorare dentro di me, anche ad un mese dal rientro ed ho testimonianze che sia così anche per altre persone.

Cos’hai trovato di così particolare che ti ha lasciato quest’impronta indelebile?

Innanzitutto le persone. Sul Cammino francese incontri tante persone, accomunate tutte dallo stesso scopo: percorrere il Cammino. Ognuno di essi ha una particolarità: ad esempio, c’era una donna coreana che lo faceva perché lo avrebbe voluto fare la figlia, che è morta prima di poter realizzare il suo desiderio. Incontri persone di tutto il mondo, le guardi un attimo mentre cammini, loro ti sorridono, tu sorridi loro, e questo sorriso è una cosa infinita! Ti capita di parlare con persone che magari non capisci, però ti entrano dentro!  Un esempio per tutti: mio marito è partito mettendo in chiaro che a lui non interessava socializzare (è un tipo schivo). Alla fine della prima giornata, lui che parla solo italiano, ha detto: “Laura, io non capisco niente di quello che dicono: non va bene!”. Al terzo giorno ha affermato di voler studiare spagnolo appena tornato a casa! Al quinto giorno cucinava con due donne coreane che non parlavano una parola di italiano! Capisci ciò che voglio dire? Si entra in connessione profonda!  Abbiamo fatto amicizia con molte persone, quasi tutte straniere. Io non parlavo spagnolo da 25 anni, ma ho parlato di tutto, qualsiasi argomento. E poi cammini, cammini e… cammini!

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Come ci si sente a camminare così tanto?

Ad un certo punto non ne potevo più… Le scarpe erano diventate strette, in realtà erano i piedi ad essersi gonfiati e come li poggiavo a terra sembrava che si volessero spaccare. Mi facevano male tutti i muscoli; guardavo le altre persone e le trovavo esattamente come me, sfinite e piene di dolori. Se ti fermi sei perduto, senti appieno tutto lo sforzo e poi… ti guardi intorno, guardi le altre persone ed in tutte le lingue del mondo senti ripetere “È il cammino!”, si fa un’alzata di spalle, si sorride e si è felici. Non so perché… secondo me i pellegrini sono persone un po’ pazze, perché capita anche che arrivi in posti bellissimi, ti rendi conto che sono bellissimi, ma tu vuoi soltanto camminare, continuare, arrivare alla prossima tappa. Non c’è nessuno che ti corre dietro, ma senti questo grande bisogno di andare avanti. Se hai una tendinite la paura più grande è quella di non poter continuare. Non ci sono spiegazioni per questo, ma è una cosa bellissima!

Da come lo descrivi sembra quasi che si venga “rapiti” dal Cammino…

È proprio così! La prima notte abbiamo dormito con una signora francese che il giorno dopo è caduta ed ha perso i due denti davanti: è dovuta tornare a casa; un’altra ragazza è stata male ed ha dovuto interrompere l’esperienza. Noialtri che continuavamo, eravamo molto dispiaciuti per le persone che avevano dovuto desistere. Penso che fosse soprattutto il pensiero che potesse capitare anche a noi… ma la tristezza era dovuta anche al fatto che sapevamo tutti quanto fosse duro mollare. Forse proprio questo ci aiutava a capire la disperazione di chi doveva abbandonare… C’è stato un giorno, precisamente il nono, in cui non ne potevo proprio più, continuavo a dirmi: “chi me l’ha fatto fare?”. Una giornata di sole, campi di grano, una pianura monotona… Avevo un taglio sotto il piede, le vesciche, mi stava iniziando una tendinite… Non sentivo niente di quello che stavo cercando, solamente questa noia che non finiva più e tutti gli altri che mi superavano. Fare 30 chilometri con questi pensieri è atroce! Ad un certo punto, la sensazione è diventata talmente insostenibile che ho cominciato a camminare velocemente, tanto che ho lasciato indietro tutte le persone che prima mi avevano superato. Arrivata dentro al paese di destinazione, mi sono vista riflessa su una vetrina e mi sono spaventata per la mia bruttezza! Sembravo la cattiveria in persona! Mi sono detta: “Laura, bisogna che tu sorrida un po’ di più!”. Non era bello né per me né per gli altri che mi vedessero in quello stato! Allora mi sono ricomposta; seduta su una panchina, mi sono tolta le scarpe ed ho dato un po’ di sollievo ai piedi: ormai ero arrivata.  Ma il Cammino non è solo questo… è anche avventura, divertimento, risate, libertà, prove di diversa natura, trovarsi soli con se stessi. E poi il contatto con le forze della natura (i primi due giorni si è camminato sotto la pioggia incessante, con il fiume che è esondato in più punti), la bellezza degli animali, tantissime cicogne…

Come vi siete organizzati per dormire?

Ogni paese lungo il Cammino è attrezzato per dormire e mangiare. Per dormire ci sono gli “albergues”, strutture specifiche per pellegrini, con camerate di diversa grandezza. Quelli comunali costano circa 6 euro, mentre quelli parrocchiali, in genere, chiedono una donazione, si da in base alla propria disponibilità. Si trovano anche strutture private: per una decina di euro abbiamo pernottato in una villa bellissima, dove la padrona di casa ti cura anche i piedi, ti mette i cerotti, ti dice tutto quello che devi fare per stare bene. Nel giardino aveva una dépendance con tre stanze, ciascuna con 12 letti a castello.

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Quanti giorni è durata la tua esperienza?

Dieci giorni, nei quali ho fatto tappe anche più lunghe di quelle classiche. Tieni presente che io non avevo mai fatto campeggio, perché ho bisogno del mio bagno personale. Quando vado in albergo solitamente mi porto persino le lenzuola! Per me è stato un cambiamento assoluto di abitudini.

Ti sei adeguata molto!

Quando sono partita sapevo che le condizioni erano queste. Avrei potuto spendere di più e stare meglio, avere il mio bagno, ma volevo fare il cammino da pellegrino, come tutti gli altri. Tutt’ora non andrei in un campeggio, ma per il Cammino l’ho fatto!

Rispetto all’alimentazione, come ti sei trovata sul Cammino? Cosa si può aspettare un crudista che intenda percorrerlo?

Ho mangiato cicoria raccolta sui monti, delle bacche che ho pensato fossero di rosa canina, ho trovato mandorle e moltissimi ciliegi, i cui frutti, purtroppo, non erano ancora maturi. La frutta che trovi nei negozietti e nei supermercati non è buona come la nostra. A volte puoi trovare dei prezzi davvero bassi, in confronto a quelli che trovi da noi, ad esempio un chilo di ciliegie a solo 1,50 euro, altre volte ho pagato 1 euro per una sola banana e 60 centesimi per un’arancia. In Sardegna non compro frutta spagnola perché la loro normativa ha le maniche molto più larghe di quella italiana rispetto all’uso di pesticidi. Mi sono adeguata anche in questo: l’ho mangiata lo stesso! Nei mercati, comunque, trovi tutto ciò che può servire.  Una cosa che non rifarei è partire con un chilo e 250 grammi di datteri sulla schiena, perché il peso è tanto, anche se tutti sono stati contenti di mangiarne!  Durante il giorno mangiavo solamente frutta e non avevo molta fame.  Mi è capitato di andare fuori per la cena, anche se a volte abbiamo potuto cucinare per conto nostro. In quel caso ho mangiato cotto vegano (non ho consumato mai niente che non fosse vegan).  Ritengo che l’opportunità di fare il Cammino da crudista esista, anche se essere vegan non è sempre facile se non compri il cibo da te: in un locale ho trovato un’insalata definita “vegetariana” con del pollo!

Cosa ti sei portata a casa dal Cammino?

Moltissime conferme. L’idea che comunque la vita ha un senso se puoi aiutare gli altri, se puoi renderti utile, se no non è granché. La conferma che gli esseri umani per quanto possano essere in grado di fare cose mostruose possano anche farti gioire con pochissimo. Sul Cammino c’è uno spirito di solidarietà immenso, ognuno è pronto ad aiutare gli altri. La gioia di quando incontri le persone per strada e ti dicono “Buen Camino” è infinita. Mi ha commosso!

St James' Way

Poi un’altra cosa che forse non sapevo, oppure sapevo e non avevo consapevolizzato: lungo il Cammino di Santiago, quando ti capitano le prove, anche quelle difficili, per esempio i dolori, la fatica infinita, la voglia di fermarti, ci pensi e ti dici “È il Cammino!” e vai avanti, sorridi. Lo dicono proprio tutti, in tutte le lingue del mondo! Penso che, per quanto più difficile, anche quando siamo a casa, nella vita “normale”, dovremmo imparare a trovare la gioia nei dolori, perché in fondo anche la Vita è un Cammino!

Chi fosse interessato ad avere informazioni, di qualsiasi genere, sul Cammino di Santiago (i vari cammini) ed anche altri, può far riferimento al forum
www.pellegrinipersempre.it
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Fonte:

Realizzato e pubblicato da: http://www.megliocrudo.it/
Ri-pubblicato da Dariavegan per gentile concessione

 

 

Come ottenere pasti vegani nelle mense scolastiche

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Intervista a Denise Filippin
biologa nutrizionista vegana, mamma di due bambine.
La sua laurea in Scienze Biologiche e il Master di perfezionamento in Dietologia e Nutrizione Umana le hanno dato la possibilità di dialogare con le istituzioni e ottenere un pasto vegano nelle mense scolastiche per le proprie figlie.

La normativa nazionale vigente in merito all’alimentazione vegana nelle mense scolastiche è ancora poco chiara e varia da comune a comune. I genitori che decidono di crescere i propri figli con un regime alimentare vegetariano o vegano non devono però arrendersi: ottenere pasti vegani nelle mense scolastiche è possibile. Ne parliamo con la biologa nutrizionista Denise Filippin.

Avendo percepito la reale difficoltà dei genitori che richiedono “menù alternativi” per motivazioni etiche – spesso rifiutate -, la Dott.ssa Filippin ha creato un opuscolo con delle linee guida per aiutarli ad ottenere ciò che credono sia più giusto per i propri figli. Incontriamo la nostra esperta in alimentazione vegana in gravidanza ed infanzia (anche per lo svezzamento), disponibile come consulente per aziende, mense pubbliche e private, conferenze e corsi di educazione alimentare. E-mail: [email protected]

Sono curiosa di sapere qual è il quadro normativo nazionale vigente in merito all’alimentazione vegana nelle mense scolastiche…

La normativa vigente è poco chiara e varia da comune a comune. A livello nazionale il Ministero della Salute ha emanato delle “linee di indirizzo nazionale per la ristorazione scolastica”, nelle quali si prevede la possibilità per i genitori di richiedere menù alternativi per esigenze etico-religiose o culturali, con la sola autocertificazione e senza necessità di certificato medico. Essendo delle linee guida ogni comune le recepisce apportando anche delle modifiche, pertanto è possibile che alcuni comuni possano inserire la richiesta del certificato medico o possano decidere di far sparire la parola etico e lasciare solo la possibilità di menù alternativi per motivi religiosi.

È dunque possibile ottenere un pasto vegan nelle mense scolastiche? Qual è la prassi da seguire?

Certo, è possibile! Molti genitori ci sono riusciti alla prima richiesta, altri hanno dovuto insistere di più. Innanzitutto bisogna informarsi sul regolamento vigente nel proprio comune; solitamente si trova anche su internet oppure può essere richiesto al servizio ristorazione scolastica del comune stesso. Molti comuni integrano nel modulo di iscrizione al servizio, l’opzione per la richiesta di menù alternativi; in tal caso va evidenziata per poi fissare un appuntamento con la dietista in modo da confermare gli alimenti che vogliamo non vengano somministrati al bambino/a. Durante il colloquio bisogna essere molto precisi e non dare nulla per scontato. A volte capita che dal comune nessuno si faccia più sentire; in questo caso bisogna insistere, telefonando o recandosi di persona per capire il perché di tale silenzio.

Nel caso la prima domanda sia respinta si può riproporre un modello di lettera tipo – lo trovate nell’opuscolo distribuito da AgireOra – che ho preparato proprio per aiutare i genitori che si trovano in difficoltà. Essendoci passata in prima persona so che a volte non è facile. Devo dire che molti genitori hanno trovato utili i consigli e sono riusciti ad ottenere ciò che avevano chiesto. Non spaventatevi se vi richiedono il certificato medico! E’ una formalità per tutelarsi. Il documento garantisce all’istituzione che il medico curante è a conoscenza dell’alimentazione del bambino e ne segue la crescita durante le visite periodiche in ambulatorio. Per agevolare i genitori e il pediatra ho inserito un facsimile del certificato nell’opuscolo.

Quale miglior consiglio ad una coppia vegana che deve fare i conti con strutture dove lascerà i propri figli?

Il miglior consiglio è armarsi di pazienza e determinazione ed iniziare a fare la propria richiesta appena si sceglie l’istituto al quale iscrivere il proprio figlio. Attualmente ci troviamo di fronte ad una situazione nuova, i giovani che sono diventati vegani negli anni passati diventano genitori e per la prima volta c’è la necessità di prevedere pasti adatti nella ristorazione scolastica. Molto spesso si troveranno ad essere i primi nel proprio comune ad aver avanzato tale richiesta, con lo scetticismo e gli eventuali problemi che ne conseguono.

Perché è importante far mangiare frutta e verdura ai bambini?

Frutta e verdura sono molto importanti nell’alimentazione umana, forniscono le vitamine, i minerali, le fibre (che sono importanti per il corretto funzionamento dell’intestino) ed una moltitudine di sostanze generalmente chiamate fitocomposti che hanno dimostrato di avere un’importante funzione protettiva nei confronti del nostro organismo da diverse malattie, in particolar modo aiutano a prevenire i tumori. Imparare a mangiare questi alimenti da bambini è molto importante in quanto è proprio nei primi anni di vita che si forma il gusto e vengono fissati gli schemi alimentari che ci accompagneranno per tutta la vita. Un bambino abituato a certi sapori fin da piccolo manterrà questa attitudine anche crescendo, proteggendo così la sua salute anche in futuro. Risulta molto più difficile invece far apprezzare questi alimenti ai ragazzi più grandi, non abituati al consumo quotidiano di frutta e verdura.

Cosa pensa della campagna nazionale che ha l’obiettivo di incentivare il consumo di frutta tra i bambini e gli adolescenti italiani nelle scuole? Qualcuno ha bocciato l’iniziativa, definendola controproducente. Il pediatra Italo Farnetani ha dichiarato che è sbagliato costringere i ragazzi a mangiare frutta invece degli snack.

Io, invece, trovo che sia un’ottima idea. La “frutta per tutti” elimina quelle disuguglianze tra bambini; quando si portano le merende da casa, ci sono bambini che consumano pasti troppo sostanziosi e bambini, invece, che non hanno nulla da mangiare. In questo modo tutti mangiano la stessa quantità e la stessa tipologia di cibo. L’esempio dei genitori è importante per invogliarli a mangiare la frutta. Ci sono genitori che si lamentano perché i loro bambini non ne vogliono sapere… poi parlando con loro, scopro che sono i primi a non mangiarne mai. È naturale che il bambino rifiuti un alimento che il genitore rifiuta. È anche importante non aggiungere zucchero o altri dolcificanti per attrarre di più i bambini; la frutta ha già un sapore dolce e non deve essere alterato con questi trucchetti.

Qual è la merenda ideale per i bambini?

Le merende e gli spuntini sono il momento ideale per mangiare la frutta fresca, che fornisce energia senza appesantire. Possiamo dare ai bambini che vanno a scuola anche la frutta secca e disidratata in quanto è comoda da portare nella cartella e veloce da consumare durante la ricreazione. I bambini durante la pausa hanno voglia di giocare e spesso saltano lo spuntino per evitare di perdere tempo. Per chi fa sport anche un po’ di pane integrale con marmellata senza zucchero o creme di frutta secca come tahin, crema di mandorle o nocciole poiché appagano il gusto e forniscono energia e nutrimento sano.

Ha notato errori che si ripetono comunemente in chi decide di far seguire al proprio bambino un’alimentazione vegana? Quali consigli si sente di dare ai genitori perché non facciano gli stessi errori?

A dire il vero chi sceglie l’alimentazione vegana spesso è molto informato. Ho notato che i genitori vegani quando aspettano un bambino acquistano libri sull’argomento (fortunatamente ora si trovano anche in Italia) o si informano tramite siti scientifici su internet. Ho constatato però in alcuni genitori l’eccessivo ricorso ad alimenti quali seitan e tofu. Questi alimenti non devono essere consumati quotidianamente né dagli adulti né tanto meno dai bambini. I genitori, spesso, si preoccupano che i loro bambini non consumano abbastanza proteine. In realtà non è così perché sono presenti in diversi alimenti, soprattutto nei legumi.

È sempre più frequente trovare bambini in sovrappeso, iperalimentati fin dai primi anni di vita. Perché?

Tutti gli studi recenti indicano come un’alimentazione iperproteica nei primi anni di vita predisponga i bambini a sovrappeso ed obesità durante la crescita ed in età adulta. È un grosso problema perché il sovrappeso porta con sé diverse problematiche di salute: diabete, ipercolesterolemia, ipertensione, problemi cardiaci, tanto per citarne alcuni. Si è visto che il latte formulato adattato e lo svezzamento con omogeneizzati e formaggio ad ogni pasto apportano un eccesso di proteine pari anche a cinque volte il fabbisogno raccomandato.

Un’alimentazione iperproteica favorisce la crescita del numero di cellule adipose (depositi di grasso); il bambino, avendo più cellule adipose, può incamerare più grassi e questa tendenza rimane per tutta la vita. Altro aspetto fondamentale è la mancanza di attività fisica, anche spontanea come il gioco in piazza che si faceva fino a qualche decennio fa. Ora si passa molto tempo chiusi in casa, i bambini sono davanti alla TV o ai giochini elettronici, si muovono solo se e quando fanno attività sportiva, che il più delle volte non è comunque sufficiente a sopperire alla mancanza di movimento quotidiano.

Quali consigli possiamo dare ai genitori vegani?

Io consiglio sempre di prediligere i prodotti preparati in casa e se possibile gli alimenti da agricoltura biologica locale (il contadino vicino casa) e di stagione. Abituare i bambini a sapori semplici, abituarli a mangiare cibi poco conditi, con poco sale, li predisporrà ad avere un’alimentazione sana anche in futuro. Cerchiamo di consumare i pasti insieme ai nostri figli e magari se sono grandicelli possiamo anche farci aiutare a preparare la cena.

Diventano meno diffidenti verso alcuni alimenti se si abituano a lavarli, tagliarli e cucinarli. Tralasciando l’aspetto nutrizionale, un altro consiglio è spiegare sempre chiaramente ai bambini il perché della scelta vegana portata avanti in famiglia. I bambini sono molto attratti dagli animali e mostrano una grande empatia, renderli consapevoli che con la loro alimentazione non fa male agli animali li rende felici ed orgogliosi e può dar loro la forza di rifiutare un dolce o un gelato se sanno che non è vegano. Sono piccoli ma meritano che gli adulti siano sinceri con loro, ovviamente, tarando le spiegazioni in base all’età del bambino.

di Tamara Mastroiaco – 10 Giugno 2013

Fonte: Il Cambiamento.it

 

La vivisezione? Praticamente inutile

Intervista al dottor Stefano Cagno

Ecco l’intervista rilasciatami dal dottor Cagno, sul mio giornale di Segrate, in vista della conferenza che si terrà giovedì 13 dicembre a MI2.  E questo è solo un assaggio di tantissime argomentazioni che presenterà.
Venite
Federica Enne

Stefano Cagno

Considerata l’attualità dell’argomento, portato all’attenzione pubblica dalle vicende legate all’allevamento di beagle di Green Hill di Montichiari, e alla nuova lotta animalista che ha nel mirino la Harlan Laboratories Inc., è evidente che l’opinione pubblica italiana sempre più apertamente esprime condanna morale della vivisezione e bisogno di conoscere le motivazioni non solo etiche, ma scientifiche, in base alle quali prendere una posizione consapevole.   E si va diffondendo la convinzione che non è più accettabile che decisioni di natura etica siano affidate solo a chi sostiene l’inevitabile necessità della sperimentazione su cavie: esplicita è la richiesta di dare ascolto e credito a quell’ampia parte della comunità scientifica che reputa scientificamente necessario il ricorso a metodi di sperimentazione alternativi all’uso di animali.

Per questo motivo ci siamo rivolti al dottor Stefano Cagno, noto medico antivivisezionista su basi anche scientifiche, visto che terrà una conferenza patrocinata dal Comune di Segrate (presso il Centro Civico di MI2 la sera del prossimo giovedì 13 dicembre) proprio su questo tema e sui metodi di ricerca odierni.

Gli animali e la ricerca

La sperimentazione animale è necessaria al progresso scientifico?

«È difficile negare che nei secoli passati la sperimentazione animale abbia a volte contribuito alla comprensione della fisiologia umana. Nel 2012, però, non studiamo più gli aspetti macroscopici dei sistemi biologici complessi, come ad esempio la funzione del cuore, ma studiamo gli aspetti microscopici, come la modalità di funzionamento del cuore dell’uomo o di un animale, oppure come viene metabolizzato ed eliminato un farmaco.   Per gli aspetti microscopici, ogni specie possiede un proprio assetto genetico e quindi ha un modo di funzionare e di reagire alle sostanze con le quali viene a contatto che differisce da tutte le altre: perciò, spesso, ciò che vale per una specie non vale per un’altra».

Se non si sperimentasse sugli animali, però, si dovrebbe farlo sull’uomo?

«Quasi nessuno è a conoscenza che oggi dopo avere sperimentato sugli animali bisogna farlo anche sugli essere umani. Nessun farmaco può essere commercializzato se non ha superato i test umani. La sperimentazione umana è quindi prassi, anche oggi che si utilizzano gli animali. Non è questa la prova che dei test animali non ci si può fidare?»

Perché testare anche sulla nostra specie se la sperimentazione animale fosse scientificamente valida?  

«Qualcuno dice che se non si testasse sugli animali, la ricerca si fermerebbe.
Niente di più falso. La sperimentazione animale è solo uno dei passaggi prima della commercializzazione di un nuovo farmaco, ed è anche il più impreciso e inaffidabile. Purtroppo è grazie ai rischi che corrono le prime “cavie” umane che sappiamo realmente come i farmaci si comportano nella nostra specie. Secondo la Food and Drugs Administration (l’organismo di controllo sulla commercializzazione dei farmaci statunitense), il 92% delle sostanze che hanno superato la sperimentazione animale non supera quella umana e secondo l’Associazione dei medici statunitensi il 51% dei farmaci commercializzati presentano gravi reazioni avverse che non si erano riscontrate nei test sugli animali. Ci si può fidare di un metodo di ricerca che fallisce nel 96% dei casi?»

Il 95% del DNA dei roditori è, però, uguale a quello degli esseri umani.  

«Certamente. Tuttavia noi siamo diversi proprio grazie a quel 5%, che corrisponde a circa 1500 caratteri geneticamente trasmessi. I roditori vivono solo due anni al massimo, ma noi studiamo malattie umane che hanno bisogno di decenni per manifestarsi o farmaci che gli umani dovranno assumere per tutta la vita. I roditori non parlano, camminano su quattro zampe, pesano solo decine di grammi. Chi confonderebbe un ratto con un essere umano? I ricercatori ritengono di poter paragonare la propria intelligenza a quella di un topo o di un ratto? Ciò significherà qualcosa da un punto di vista biologico».

Bisogna però sperimentare in qualche modo prima di passare agli esseri umani. Come posso farlo senza il ricorso agli animali?  

«Per prima cosa bisogna ricordare che mai nessun modello animale – così si chiamano tecnicamente gli esperimenti sugli animali– è stato dimostrato scientificamente valido, almeno secondo i criteri formali della Scienza del 2012 e non quelli del 1800. Si chiede giustamente ai metodi sostitutivi – o alternativi, come più spesso sono chiamati– di essere validati, ma si dimentica che i test sugli animali non lo sono mai stati. O si validano anche questi ultimi o si truffa l’opinione pubblica spacciando per affidabili test che non lo sono. Stranamente i ricercatori si oppongono alla validazione dei modelli animali; eppure, se fossero convinti della validità dei loro test, dovrebbero essere i primi a chiederne la validazione.   Nel 2012 esistono molti metodi sostitutivi. Le colture cellulari e tessutali umane forniscono risultati parziali rispetto al funzionamento globale dell’organismo umano, ma affidabili perché riferiti alla nostra specie. I test animali forniscono risultati globali ma inaffidabili perché riferiti ad altre specie.
Esistono però anche i modelli matematici, meccanici, i simulatori metabolici, ossia metodiche che utilizzano il recente enorme sviluppo tecnologico».

Perché allora si continua a sperimentare sugli animali?

«Per pigrizia mentale e perché a qualcuno è utile un metodo di ricerca grazie al quale si può sempre ottenere il risultato voluto: basta cambiare la specie. Non dimentichiamoci che quando le industrie farmaceutiche sono state portare in giudizio per rispondere dei danni provocati da farmaci che si erano dimostrati sicuri nei test animali, si sono sempre difese dicendo che loro avevano fatto tutto ciò che la legge gli chiedeva, ma gli animali rispondo spesso in maniera differente rispetto agli umani, e quindi non sono tenute a pagare i danni. Non è questa esattamente la tesi degli antivivisezionisti? Tuttavia quando si chiede ai rappresentanti delle industrie di impegnarsi per cambiare le leggi, si oppongono in modo assoluto».

Fonte:
http://www.facebook.com/photo.php?fbid=480022122041615&set=pb.100001014936760.-2207520000.1355008812&type=3&theater

La scienza non ha bisogno della vivisezione

“La scienza non ha bisogno della vivisezione”. L’intervista di Affaritaliani al dottor Stefano Cagno

Dopo l’irruzione di un gruppo di attivisti nell’allevamento Green Hill di Montichiari, in provincia di Brescia, per liberare i cani beagle destinati alla sperimentazione, le proteste contro la vivisezione non accennano a placarsi. Il dottor Stefano Cagno – dirigente Medico in disciplina Psichiatrica, membro del comitato Scientifico Equivita e dei Medici Internazionali – che da anni si batte per l’abolizione dei test sugli animali nella ricerca sceglie Affaritaliani.it per spiegare perché la scienza non ha bisogno della vivisezione.

Milioni di animali ogni anno vengono torturati e uccisi per la vivisezione. E’ un massacro evitabile?  

“Almeno 115 milioni di animali sono uccisi ogni anno nei laboratori di ricerca, circa 900.000 in Italia. Nel 2012 è auspicabile che questo massacro sia vietato al più presto, al fine di evitare che milioni di esseri umani nel mondo debbano assumere farmaci sicuri negli animali, ma che poi si dimostrano per loro tossici. Negli USA il 51% dei farmaci presenta gravi reazioni avverse dopo la commercializzazione che non si erano verificate nei test sugli animali e per questo circa 100.000 cittadini statunitensi muoiono ogni anno. Non è questa la prova che la vivisezione è un metodo di ricerca inaffidabile? E cosa dire dell’obbligo di sperimentare anche sugli esseri umani dopo averlo fatto sugli animali? Se la vivisezione funzionasse perché le leggi di tutto il mondo impongono anche la sperimentazione umana?”

La scienza ha bisogno della vivisezione?  

“No, ma questo lo sanno gli stessi vivisettori. Non esiste una sola pubblicazione scientifica al mondo che dimostri che i cosiddetti modelli animali poggiano su criteri scientifici, almeno quelli del 2012 e non quelli del 1800. Anzi esistono lavori che hanno dimostrato il contrario e pubblicati, ad esempio, su prestigiose riviste come il British Medical Journal o Nature. Per questo motivo i vivisettori si sono sempre rifiutati di sottoporre i loro modelli a processi di validazione, ossia a verifiche basate su criteri scientifici che ne dimostrino l’affidabilità. Strano, perché se fossero così sicuri dei loro esperimenti dovrebbero essere i primi a chiederne la validazione. Così continuiamo a studiare patologie come il cancro che hanno bisogno, spesso, di decenni per manifestarsi su animali come i roditori che vivono 1 o 2 anni. Studiamo le patologie del sangue o del sistema gastrointestinale nei ratti, ma se a noi facessero una trasfusione di sangue di ratto o bevessimo l’acqua di fogna che bevono questi animali moriremmo. Come negare che le differenze biologiche tra noi e loro sono significative?”

Nel panorama europeo siamo il Paese più arretrato?  

“No, ma la recente Direttiva Europea approvata nel 2010, e alla quale l’Italia si deve adeguare entro la fine anno, rischia di farci fare qualche piccolo passo avanti formale, ma alcuni passi indietro sostanziali. Ad esempio la Direttiva prevede che si possano utilizzare gli animali randagi. In Italia ciò è già vietato da anni, ma se il Governo non chiederà una deroga torneremo anche noi indietro”.

Quali soluzioni vede?  

“Non esiste altra soluzione se non l’abolizione della vivisezione, l’applicazione dei metodi sostitutivi già esistenti e il finaziamento per crearne altri ancora. O noi veramente possiamo dimostrare che la vivisezione poggia su criteri scientifici (e questo è oggi impossibile!) oppure prendiamo in giro le persone, dicendo di stare tranquille perché i farmaci e tutte le sostanze commercializzate sono sicure poiché testate sugli animali, ma in realtà facciamo diventare le vere cavie tutte le persone che per prime assumeranno quelle nuove sostanze”.

Quale settore incide maggiormente?  

“Sicuramente quello dei test obbligatori per legge per la commercializzazione dei farmaci e in generale delle nuove sostanze con le quali gli esseri umani potranno venire a contatto. Sul totale sono almeno il 70%, quindi in Italia quasi 600.000 animali ogni anno. Non dimentichiamoci, però, che sono testati sugli animali anche i cosmetici, i prodotti per l’igiene della casa e della persona, i pesticidi e persino le armi chimiche. Con buona pace del vuoto slogan che la vivisezione serve per salvare vite umane”.

Perché la chiusura di laboratori come Green Hill è importante?  

“Sarebbe un importante segnale per tutta la Comunità Europea. L’Italia potrebbe essere la prima nazione che non permette che si allevino cani, gatti e scimmie per la vivisezione. Sarebbe una riforma di civiltà di cui gli italiani potranno andare orgogliosi. L’Italia per l’ennesima volta nella storia dell’umanità diventerebbe un esempio per gli altri e, se così sarà, la storia ci ricorderà”.

di Virginia Perini  
4 maggio 2012

http://affaritaliani.libero.it/sociale/la-scienza-non-ha-bisogno-della-vivisezione040512.html

Lavorando in incognito in un macello

Lavorando in incognito in un macello: intervista con Timothy Pachirat, autore di Every Twelve Seconds

Fonte: boingboing. Intervista di Avi Solomon.

Timothy Pachirat, assistente professore in Politica alla The New School for Social Research ed autore di Every Twelve Seconds, non è il primo a trovare analogie fra la violenza industrializzata e politica, all’interno del mattatoio. Ma invece di scrivervi una relazione, trovò un lavoro sul campo, per capire il funzionamento dal punto di vista di chi lavora là. L’ho intervistato sulla sua esperienza sul “piano del macello”.

Avi Solomon: Parlaci un po’ di te.

Timothy Pachirat: Sono nato e cresciuto nella Thailandia del nordest, in una famiglia Tailandese-Americana. Al liceo ho trascorso un anno nel deserto delle zone rurali dell’Oregon, come exchange student, lavorando in un ranch, coltivando alfalfa, e – inverosimilmente – diventando running back nella squadra di football della scuola. Da allora, ho vissuto in Illinois, Indiana, Connecticut, Alabama, Nebraska, e New York City lavorando come costruttore di tralicci edilizi, fattorino delle pizze, terapista comportamentale per bambini autistici, padre casalingo, studente diplomato, operaio di un mattatoio, e, per gli ultimi quattro anni, come assistente professore di politica nella The New School for Social Research.

Avi: Cos’è stato a suggerirti l’importanza di fare ricerca in campo etnografico?

Timothy: Come molti ragazzi di razza mista, cultura mista, lingua mista, ho sviluppato una specie di innata sensibilità etnografica, per via del complesso terreno culturale nel quale sono cresciuto. Molto prima di aver mai sentito la parola “etnografia”, ad esempio, trascorsi le mie pause autunnali e primaverili da non diplomato dormendo a fianco ed arrivando a conoscere gli uomini e le donne senzatetto di Lower Wacker Drive a Chicago, come modo per trovare un senso all’enorme disuguaglianza che percepivo nella società americana e nel mondo. Mentre perseguivo un dottorato di ricerca in scienze politiche all’università di Yale, mi è sembrato naturale gravitare verso un orientamento nella ricerca che mi permettesse di impegnarmi con tutto il corpo – come partecipe ed osservatore – con le esperienze vissute di persone con cui non avrei mai potuto entrare in contatto altrimenti. Stavo imparando molte fantasiose teorie che sulla carta erano eccitanti, e stavo imparando alcune potenti tecniche di analisi statistica, ma solo l’etnografia mi ha permesso di valutare quelle tecniche e concetti made-in-accademia contro le situate, specifiche e meravigliosamente complesse esperienze vissute nei veri mondi sociali, dei quali, i concetti e le tecniche si proponevano di descrivere e spiegare.

Avi: Perché hai scelto di andare in incognito in un macello?

Timothy: Volevo capire come i processi di violenza di massa divengono normali nella moderna società, e volevo farlo dal punto di vista di chi lavora in un macello. La mia impressione era che, portare l’attenzione vicina a come viene operata l’uccisione industrializzata, avrebbe potuto non solo mettere in luce come la realtà del massacro animale viene resa tollerabile, ma anche come la distanza e l’occultamento operano in analoghi processi sociali: guerra eseguita da eserciti di volontari, il subappalto del terrore organizzato a mercenari, e la violenza alla base della fabbricazione delle migliaia di oggetti e componenti con cui veniamo a contatto nella nostra vita quotidiana. Come nelle sue più evidenti analogie politiche – la prigione, l’ospedale, la casa di cura, il reparto psichiatrico, il campo profughi, il centro di detenzione, la stanza degli interrogatori, e la camera di esecuzione – il moderno macello industrializzato è una “zona di confinamento”, un “territorio segregato ed isolato”, nelle parole del sociologo Zygmunt Bauman, “invisibile”, e “del tutto inaccessibile ai membri ordinari della società”. Ho lavorato come operaio di basso livello sul “piano del macello” di un mattatoio industrializzato, per poter capire, dalla prospettiva di chi vi partecipa direttamente, come operano queste zone de confinamento.

Avi: Puoi dirci di più del macello in cui hai lavorato?

Timothy: Dato che il mio obiettivo non era di scrivere la descrizione di un posto in particolare, non farò il nome del macello nel Nebraska in cui ho lavorato, e neppure i nomi delle persone che ho incontrato là. Il macello impiega circa ottocento lavoratori non sindacalizzati, la maggior parte immigranti dall’America centrale e del sud, Asia sudorientale, ed Africa orientale. Produce oltre 820 milioni di dollari l’anno in vendita e distribuzione all’interno ed all’esterno degli Stati Uniti ed è classificato fra i maggiori impianti di macellazione di bestiame al mondo per volume di produzione. La velocità della catena di produzione sul piano del macello è di circa trecento animali per ora, uno ogni dodici secondi. In una tipica giornata di lavoro, qua vengono uccisi fra i duemila duecento ed i duemila cinquecento animali, che sommati fanno più di diecimila animali uccisi per settimana lavorativa (cinque giorni), o più di mezzo milione di animali macellati ogni anno.

Avi: Quali lavori hai finito per fare, lì?

Timothy: Il mio primo lavoro consisteva nell’appendere i fegati nel congelatore. Per dieci ore ogni giorni, mi trovavo alla temperatura di 1 grado a prendere fegati appena estirpati da una linea sopraelevata per appenderli a dei carrelli per essere raffreddati ed impacchettati. Poi venni trasferito agli scivoli, dove conducevo i bovini vivi nella knoking box, dove veniva loro sparato in testa con una pistola a proiettile captivo (NB: La Pistola captiva è provvista di una punta di ferro di 6 cm che penetrando nel cranio provoca un rapido stordimento, ma non uccide l’animale). Infine, venni promosso ad una posizione di controllo-qualità, un lavoro che mi diede accesso ad ogni parte del piano del macello e mi rese un intermediario tra gli ispettori federali della USDA ed i manager del piano del macello.

Avi: Come ti sei acclimatato al lavoro?

Timothy: Lentamente e dolorosamente. Ogni lavoro arrivava con il suo insieme di sfide fisiche, psicologiche ed emotive. Anche se era fisicamente impegnativa, la mia battaglia principale nell’appendere fegati dentro il congelatore era contro l’insopportabile monotonia. Scherzi, battute ed anche il dolore fisico diventarono modi per negoziare con quella monotonia. Il lavoro agli scivoli mi tirò fuori dall’ambiente freddo e sterile del congelatore e mi obbligò a confrontarmi con il dolore e la paura di ogni singolo animale che veniva condotto lungo la linea serpeggiante fino alla knocking box. Lavorare al controllo qualità mi costrinse a padroneggiare un insieme di requisiti tecnici e burocratici e mi rese complice nel sorvegliare e disciplinare i miei ex colleghi alla catena di produzione.

Avi: Come ti trattavano i colleghi?

Timothy: Non sarei mai potuto durare più di qualche giorno nel macello, se non fosse stato per la gentilezza, l’accoglienza e, in alcuni casi, l’amicizia del compagni di lavoro alla catena. Mi hanno mostrato come fare il lavoro, salvato quando ho fatto casini, e, più importante, insegnato come sopravvivere al lavoro. Eppure, c’erano divisioni e tensioni fra i lavoratori, in base a razza, genere e responsabilità lavorative. Oltre a mostrare le forme di solidarietà fra i lavoratori, il mio libro entra anche nei dettagli di queste tensioni e come le ho affrontate.

Avi: Chi il “knocker”?

Timothy: Il knocker è il lavoratore che sta nella knocking box e spara nella testa ad ogni singolo animale con la pistola a proiettile captivo. Dei 121 diversi lavori, all’interno del piano macellazione, che illustro e descrivo nel libro, solo il knocker vede gli animali mentre sono ancora senzienti e da loro colpo che si suppone li renda insensibili. In media, ogni giorno, questo solo operaio spara a 2500 singoli animali, ad una frequenza di uno ogni dodici secondi.

Avi: Chi altro è direttamente coinvolto nell’uccisione di ogni bovino?

Timothy: Dopo che il knocker spara agli animali, essi cadono su un nastro trasportatore dove vengono incatenati ed issati su una linea sopraelevata. Appesi per le zampe posteriori, viaggiano attraverso una serie di novanta giravolte, che li porta lontani dalla linea visiva del knocker. Quindi, un presticker and sticker(?) recide le arterie della carotide e la vena giugulare. Gli animali si dissanguano mentre continuano a viaggiare sulla catena sopraelevata fino al tail ripper, colui che inizia il processo di rimozione di parti del corpo e pelli. Degli oltre 800 operai nel piano macellazione, solo quattro sono coinvolti direttamente nell’uccisione del bestiame e meno di 20 hanno una visuale sull’uccisione.

Avi: Sei stato in grado di intervistare qualche knocker?

Timothy: Non sono stato in grado di intervistare direttamente il knocker, ma ho parlato con molti altri operai riguardo a come essi percepiscono il knocker. C’è una specie di mitologia collettiva costruita attorno a questo particolare lavoratore, una mitologia che permette un implicito scambio morale nel quale solo il knocker è colui che fa l’uccisione, mentre il lavoro degli altri 800 operai del macello è moralmente scollegato dall’uccisione. È una finzione, ma convincente: fra tutti gli operai del macello, solo il knocker porta il colpo che mette inizio all’irreversibile processo che trasforma le creature viventi, in morti. Se ascoltaste con sufficiente attenzione le centinaia di operai che eseguono le altre 120 mansioni nel piano macellazione, questo potrebbe essere il ritornello che udireste: “Solo il knocker”. È semplice matematica morale: il piano macellazione opera con 120+1 mansioni. E finché quel 1 esiste, finché vi è una plausibile narrativa che concentra il più pesante e sporco dei lavori su questo 1, allora gli altri 120 operai del piano macellazione possono dire, e credere, “Io non faccio parte di questo”.

Avi: Quali sono le strategie principali usate per nascondere la violenza nel macello?

Timothy: La prima e più ovvia è che la violenza dell’uccisione industrializzata viene nascosta alla società in generale. Negli Stati Uniti, oltre 8,5 miliardi di animali vengono uccisi ogni anno per farne cibo, ma queste uccisioni vengono effettuate da una piccola minoranza composta per lo più da lavoratori immigranti, che operano dietro a mura opache, per lo più in luoghi rurali isolati, lontani dai centri urbani. Inoltre, delle leggi promosse dalle industrie della carne e del bestiame, che sono attualmente al vaglio in sei stati, criminalizzano il pubblicizzare ciò che avviene nei macelli o in altre strutture con animali, senza il permesso dei proprietari degli stessi. La Casa dei Rappresentanti dell’Iowa, ad esempio, lo scorso anno, ha inoltrato una proposta al senato dell’Iowa che renderebbe reato la distribuzione o il possesso di video, audio o materiale stampato, raccolto tramite accesso non autorizzato a macelli o strutture con animali.

In secondo luogo, il macello, nel suo complesso, è diviso in compartimenti. L’ufficio è diviso dal reparto fabbricazione, che a sua volta è isolato dal congelatore, il quale è isolato dal piano macellazione. È del tutto possibile trascorrere anni, lavorando nell’ufficio, nel reparto fabbricazione, o al congelatore di un mattatoio industriale che macella oltre mezzo milione di bestiame all’anno, senza neppure incontrare un animale vivo e tanto meno assistere ad uno che viene ucciso.

Ma la terza, e più importante, il lavoro di uccisione è nascosto persino nel luogo dove ci si aspetterebbe che fosse più visibile: il piano macellazione stesso. La complessa divisione in mansioni e spazi, agisce allo scopo di compartimentalizzare e neutralizzare l’esperienza del “lavoro di uccidere” per tutti gli operai del piano macellazione. Ho già menzionato la divisione di mansioni nella quale solo una manciata di operai, su un totale di oltre 800, è direttamente coinvolta o ha una visuale sull’uccisione degli animali. Per dare un altro esempio, il piano della macellazione è diviso spazialmente in un lato pulito ed un lato sporco. Il lato sporco si riferisce a tutto ciò che accade quando le pelli degli animali sono ancora attaccate ed il lato pulito a tutto ciò che accade dopo che le pelli sono state rimosse. Gli operai del lato pulito sono segregati dagli operai del lato sporco anche durante le pause per il pranzo ed il bagno. Questo si traduce in una specie di compartimentazione fenomenologica dove quella minoranza di lavoratori che si occupa degli “animali” quando le pelli sono ancora attaccate, è tenuta separata dalla maggioranza dei lavoratori che si occupa delle “carcasse” dopo che le pelli sono state rimosse. In questo modo, la violenza del trasformare un animale in una carcassa viene tenuta come in quarantena tra i lavoratori del lato sporco, dove vi è, anche là, un ulteriore divisione di mansioni e spazi.

Oltre alle divisioni di spazio e mansioni, l’uso del linguaggio è un altro modo per nascondere la violenza dell’uccidere. Fin dal momento in cui il bestiame viene scaricato dai camion all’interno dei recinti di sosta, i manager ed i supervisori del piano macellazione, si riferiscono ad esso come “carne”. Anche se sono esseri senzienti vivi che ancora respirano, essi vengono già linguisticamente ridotti a carne inanimata, oggetti da usare. Similarmente, esistono una sfilza di acronimi e termini tecnici in tutto il sistema di controllo sicurezza alimentare, che riducono il lavoro dell’operaio di controllo qualità ad un regime di tipo tecnico burocratico, piuttosto che ad uno nel quale sia costretto il confronto con tutta quella massiccia sottrazione di vite. Anche se l’operaio al controllo qualità ha piena libertà di accesso e movimento per tutto il piano macellazione e vede ogni aspetto dell’uccidere, la sua capacità interpretativa viene interdetta dalle richieste burocratiche e tecniche del lavoro. Temperature, pressioni idrauliche, concentrazioni di acido, conto dei batteri, e sterilizzazione dei coltelli diventano l’obiettivo primario, al contrario della massiccia, incessante sottrazione di vite.

Avi: C’è qualcuno consapevole di queste strategie, fra chi lavora al macello?

Timothy: Io non penso che qualcuno si sia seduto ed abbia detto, “Progettiamo un processo di macellazione che crei la massima distanza fra ogni lavoratore e la violenza dell’uccidere, in modo da permettere ad ognuno di essi di contribuirvi senza dover affrontare direttamente la violenza”. La divisione fra lato pulito e sporco menzionata prima, ad esempio, è apertamente motivata da una logica di sicurezza alimentare. Il bestiame entra nel macello ricoperto di feci e vomito, e dal punto di vista della sicurezza alimentare, la sfida è di rimuovere le pelli minimizzando il trasferimento di questi contaminanti alla carne sottostante. Ma la cosa affascinante è che l’effetto di questa organizzazione di spazio e mansioni, non solo aumenta l’”efficienza” o la “sicurezza alimentare”, ma anche la distanza e l’occultamento del processo di violenza da parte di chi vi partecipa direttamente. Da un punto di vista politico, un punto di vista interessato a comprendere come le relazioni di dominio violento e sfruttamento vengono prodotte, sono proprio questi gli effetti che contano di più.

Avi: Le fabbriche della morte di Auschwitz avevano gli stessi meccanismi di lavoro?

Timothy: Consiglio lo stupendo libro di Zygmunt Bauman, Modernità ed Olocausto, a chi fosse interessato a come i meccanismi paralleli di distanza ed occultamento funzionavano per neutralizzare il lavoro di uccisione che veniva messo in atto ad Auschwitz e negli altri campi di concentramento. La lezione, qui, non è che la macellazione ed i genocidi siano moralmente e funzionalmente equivalenti, ma piuttosto che la violenza sistematica, su larga scala, resa routine, è del tutto coerente con il genere di strutture burocratiche ed i meccanismi che associamo tipicamente alla civiltà moderna. Il sociologo francese Norbert Elias sostiene – in modo convincente, a mio avviso – che l’”occultamento” e lo “spostamento” della violenza, piuttosto che la sua eliminazione o riduzione, siano il segno distintivo della civilizzazione. Dal mio punto di vista, la macellazione industrializzata contemporanea fornisce un caso esemplare che mette in luce alcune delle caratteristiche più salienti di questo fenomeno.

Avi: La violenza si trova nascosta anche nella più “normale” delle vite. Come possiamo individuare questa presenza pervasiva nella nostra vita quotidiana?

Timothy: Noi – con “noi” inteso come i relativamente ricchi e potenti – viviamo in un tempo ed un ordine spaziale nel quale la “normalità” delle nostre vite richiede una complicità attiva a forme di sfruttamento e violenza, che altrimenti denigreremmo e disapproveremmo se le distanze fisiche, sociali, spaziali e linguistiche che ci separano da chi subisce, finissero per collassare. Questo è vero per la brutale e del tutto inutile detenzione ed uccisione di miliari di animali all’anno per cibo, per lo sfruttamento e la sofferenza degli operai di Shenzhen, in Cina, dove vengono prodotti i nostri iPad e cellulari, per le “tecniche d’interrogatorio avanzate” sviluppate nel nome della sicurezza, per i “danni collaterali” causati dagli aerei a pilotaggio remoto che le nostre tasse finanziano. La nostra complicità non sta nell’infliggere direttamente la violenza, quanto nel nostro tacito accordo di guardare altrove e non fare alcune semplicissime domande: “Da dove arriva questa carne e come ha fatto a finire qua?” “Chi ha assemblato l’ultimo gadget che mi è appena arrivato per posta?” “Che cosa significa creare categorie di essere umani torturabili?” I meccanismi di occultamento ed allontanamento insiti nel nelle nostre divisioni di spazio e mansioni e nell’uso sconsiderato di linguaggi eufemistici rendono seducentemente facile evitare di perseguire le complesse risposte a queste semplici domande, nonostante la nostra determinazione.

Mesi dopo aver lasciato il macello, mi misi a discutere con una brillante amica su chi fosse più moralmente responsabile dell’uccisione degli animali: chi mangia la carne, o gli 800 lavoratori che operano l’uccisione. Lei sosteneva, con passione e convinzione, che le persone che operavano le uccisioni erano le più responsabili, perché essere erano quelle che eseguivano le azioni fisiche che sottraevano la vita dagli animali. Chi mangia carne, affermava, è solo indirettamente responsabile. A quel tempo, io presi la posizione opposta, ritenendo che coloro che ne beneficiavano alla distanza, delegando questo terribile lavoro ad altri e scaricandovi la responsabilità, avevano maggiore responsabilità morale, specialmente in contesti come quello del macello, dove coloro che nella società hanno meno opportunità, svolgono il lavoro sporco.

Ora sono più propenso a pensare che sia la preoccupazione della responsabilità morale a servire da deviazione. Nelle parole del filosofo John Lachs, “La responsabilità di un’azione può venire passata, ma non la sua esperienza.” Sono molto interessato a chiedere cosa possa significare, per chi beneficia del lavoro fisicamente e moralmente sporco, assumersi non solo parte della responsabilità, ma anche farne esperienza diretta. Cosa potrebbe significare, con altre parole, il collasso di alcuni dei meccanismi di allontanamento fisico, sociale e linguistico che separano le nostre vite “normali” dalla violenza e lo sfruttamento richiesti per mantenerle e perpetrarle? Esploro alcune di queste domande in modo più dettagliato nel capitolo finale del mio libro.

Avi: Chi era Cinci Freedom? A quale scopo mitizzante serve?

Timothy: Apro il libro con la storia di una mucca che fuggì da un macello lungo strada, fino quella dove lavoravo. La polizia di Omaha inseguì la mucca e la mise all’angolo in un vicolo che confinava con il mio macello. Accadde durante i dieci minuti della nostra pausa pomeridiana e molti degli operai del macello videro la polizia aprire il fuoco con i fucili contro l’animale. Il giorno successivo in mesa, la rabbia, il disgusto e l’orrore per l’uccisione dell’animale da parte della polizia era palpabile, così com’era forte il senso di identificazione con il trattamento dell’animale nelle mani della polizia. Eppure, alla fine della pausa pranzo, gli operai tornarono al lavoro su quel piano macellazione che ammazza 2500 animali ogni giorno.

Cinci Freedom era un’altra mucca charolaise che fuggì da un macello di Cincinnati nel 2002. Venne ricatturata dopo svariati giorni solo grazie all’aiuto dell’equipaggiamento di rilevazione termica fornito da un elicottero della polizia. A differenza dell’anonima mucca di Omaha che fu abbattuta dalla polizia, Cinci Freedom divenne immediatamente una celebrità. Il sindaco le diede le chiavi della città e venne trasportata al The Farm Sanctuary a Watkins Glen, NY, dove visse fino al 2008.

Anche se a prima vita le sorti della mucca di Omaha e di Cinci Freedom sono state molto differenti, penso che entrambe le risposte fossero modi ugualmente efficaci per neutralizzare la minaccia rappresentata da questi animali. Le loro fughe dal macello non erano solo fughe fisiche, ma anche concettuali, momenti di rottura della routine in un sistema di uccisione altrimenti automatizzato e normalizzato. Lo sterminio e l’elevazione a celebrità (non dissimile dal rituale della grazia presidenziale al tacchino del Giorno del Ringraziamento) sono entrambi modi per contenere la minaccia rappresentata da questi momenti di rottura concettuale. Essi mettono in evidenza anche il limitare le rotture come tattica politica, ad esempio la rottura digitale che avviene quando vengono resi pubblici dei video scioccanti girati sotto copertura nei macelli e in altre zone di confinamento dove il lavoro della violenza viene regolarmente effettuato per nostro contro

Fonti:

http://neuroneproteso.wordpress.com/2012/03/10/lavorando-in-incognito-in-un-macello-un-intervista-con-timothy-pachirat/

http://boingboing.net/2012/03/08/working-undercover-in-a-slaugh.html

Perchè mangiamo carne? L’analisi psicologica di Annamaria Manzoni

Da Eticamente.net

Annamaria Manzoni ha scritto il libro “Noi abbiamo un sogno” .

E’ un saggio molto profondo in cui viene analizzato dal punto di vista psicologico e socio-culturale il rapporto uomo-animale. Eticamente ha scritto tempo fa una recensione del libro che potete visionare a questo link:  http://www.eticamente.net/535/recensione-libro-noi-abbiamo-un-sogno-di-annamaria-manzoni.html

Abbiamo il piacere di ospitare Annamaria tra le nostre pagine e le abbiamo posto alcune domande.

All’interno del suo libro vi è un’analisi psicologica illuminante riguardo le motivazioni che spingono le persone a mangiare carne: ce le può riassumere brevemente?

Il discorso è articolato e complesso e poco adatto ad una sintesi che inevitabilmente  trascura elementi importanti. In ogni caso, focalizzando  il problema della violenza sugli animali non umani sul “mangiar carne”, si va diritti al cuore della questione perché grandissima parte di tale violenza non è agita da persone sadiche e  malvagie, ma è consentita e supportata da quelle “normali”, per bene, che con il proprio stile di vita, la propria alimentazione, il proprio modo di vestire sono la causa del martirio quotidiano di uno sconfinato numero di loro.

Se fare fronte e contrastare l’aggressività può essere compito complesso, ma per il quale nel corso del tempo sono stati approntati strumenti, frutto di molti approfondimenti sulla sua eziologia,  più complicato è occuparsi di  quella banalità del male, di cui il mangiar carne è chiaro esempio,  che proprio in quanto banale viene accettata nella sua pretesa normalità, senza nemmeno essere riconosciuta come male.

Da sottolineare quanto  la  psicologia sia ancora oggi omissiva al riguardo: le ragioni vanno ricercate, io credo,  nel fatto che coloro che dovrebbero essere gli studiosi di questo fenomeno sono in genere essi stessi oggetto dello studio che dovrebbero condurre. In altri termini: gli psicologi, meglio: noi psicologi  siamo parte del problema esattamente come lo sono tutte le altre persone, quando non riconosciamo come prodotto di prepotenza e predominio il mangiare  gli animali, nonostante  il corollario di schiavizzazione e uccisione che ciò comporta,   non mettiamo  a fuoco  la situazione , non ci  rendiamo conto della tragedia quotidiana in atto, rispetto alla quale dovremmo sentirci chiamati a intervenire per cercare di decodificarla, dal momento che, per  formazione e professione,  possediamo , o dovremmo possedere, gli strumenti per farlo. Per altro tutte le forme di violenza legittima intraspecifica, vale a dire all’interno della specie umana, (si pensi alla pena di morte, alle punizioni fisiche sui bambini…) sono davvero poco studiate, in se stesse e nelle loro conseguenze, se non in modo indiretto, come per esempio con l’interpretazione degli studi di Milgram sulla obbedienza distruttiva; esattamente  come succede per quanto riguarda la violenza legittima interspecifica, quella contro gli altri animali.

Di fatto sono molti i  meccanismi che consentono il perpetuarsi dell’attuale stato di cose, permettendo di non riconoscere il male, per legalizzato che sia, insito nel nostro rapporto con gli altri animali: si tratta di meccanismi inconsci, definiti di difesa proprio in quanto assolvono il compito di proteggerci  dall’angoscia che potrebbe esplodere se la realtà in atto venisse riconosciuta. In primo luogo non si può prescindere dal nostro essere totalmente immersi in una  cultura antropocentrica, per cui il concetto stesso di animale è svilito e identificato non con quello di  essere vivente, sofferente e senziente, ma con quello di entità che è di fatto reificata, ridotta allo stato di cosa.

Solo questa rappresentazione dell’animale permette per esempio che la gente possa tranquillamente accordarsi per “andare a mangiare il pesce”, oppure organizzi gioiose grigliate o celebri con soddisfazione piatti stagionali come lenticchie con zampone o polenta con  capriolo. I termini sono scollegati dall’animale che sono,  le vittime indifese non sono neppure pensate, non vivono nemmeno nell’immaginario, non possiedono esistenza propria. Si pensi a quell’immagine tanto spesso pubblicizzata, in cui la sagoma di una mucca è divisa in parti corrispondenti ad altrettanti “pezzi” destinati a variegati  trattamenti culinari: l’essenza stessa dell’animale è negata in favore della sua riduzione a cibo. Tradizioni filosofiche e  convincimenti religiosi teorizzano la liceità di tutto ciò: agli animali  non umani ancora oggi non è stata attribuito il possesso dell’anima, e questo basta alla scellerata giustificazione di ogni male contro di loro: per attribuirla alle donne sono state necessarie lunghissime riflessioni (da parte degli uomini), per gli schiavi è stato più complicato ancora.

La cinica osservazione che tenere categorie di esseri viventi in condizioni di inferiorità procura enormi vantaggi a chi detiene il potere non rende ottimisti sul tempo necessario a che una salutare rivisitazione del nostro rapporto con gli animali dia  loro la dignità che loro neghiamo, siano o meno contenitori di quell’anima che pare essere il salvacondotto per ogni attribuzione di dignità.

A questa imprescindibile cornice cognitiva, entro la quale ci poniamo come  razza padrona di altre specie, si affiancano molte altre dinamiche. Un forte ruolo lo giocano  la dittatura della consuetudine,  la pervasività stessa del fenomeno che induce a delle non scelte: l’abitudine si riproduce e si propaga nelle nostre vite inducendoci a reiterare gesti e comportamenti senza che emerga il bisogno di interrogarci al proposito. E così  si continua a  mangiare ciò che si è sempre mangiato.

E’ tra l’altro provato che, non solo dal punto di vista psicologico ma anche da quello fisiologico, esiste un adattamento positivo ai gusti e ai sapori  a cui da sempre siamo assuefatti: per rendersene conto, basta il confronto quotidiano con tanta variegata  immigrazione, che ci mostra come  le persone portino con sè dai loro paesi d’origine consuetudini alimentari,  da cui tendono a non staccarsi, non solo per proteggere un filo di continuità con un passato e un luogo pregno di affetti, ma perché i loro stessi sensi, il gusto, l’olfatto si sono programmati ad  apprezzarli.

Allo stesso modo  staccarsi da una pratica alimentare in cui i prodotti di origine animale sono potentemente  presenti (e questa, nel mondo occidentale,  è la norma nell’educazione dei bambini) richiede una scelta a fronte della sua perpetuazione che procede “in automatico”, tanto più semplice perchè frutto di  inerzia. Quando nuove consapevolezze, a cui è davvero impossibile sottrarsi,  inducono a prendere atto della realtà di indicibile dolore che questo comporta, altri meccanismi arrivano in salvataggio dal rischio di sperimentare intollerabili sensi di colpa: il fatto che si tratti di un’abitudine del tutto condivisa, ubiquitaria, “normale” induce a non assumere il senso della propria  responsabilità, talmente  parcellizzata da risultare incorporea.

Per altro il percorso che porta la carne in tavola è facile da ignorare: non conservando  traccia visibile e percepibile dell’animale da cui proviene,  la gran parte dei cibi cucinati facilita marcatamente i meccanismi  salvifici di rimozione e di negazione:  il salame si è materializzato lì sul  bancone del supermercato, il tonno è sempre stato nella scatoletta  e se un passato è riconosciuto al  pollo è al massimo quello del tempo trascorso  nel forno. E così possono essere i bambini stessi, nel mondo pubblicitario, gli  sponsor di questi “prodotti”, bambini che con tanta facilità sono indotti ad ignorare il dietro le quinte di tutto ciò, bambini rispetto ai quali gli adulti compiono dei veri disastri nel trasformare quella che è la loro naturale attrazione affettiva verso gli animali in quell’appiattimento sullo status quo, che passa dalla negazione del problema alla sua progressiva accettazione attraverso un processo di desensibilizzazione.

Non si può dimenticare come le società, le culture si preoccupino delle propria sopravvivenza  riproponendo valori sempre uguali a se stessi: l’educazione, la scuola trasmettono riferimenti che perpetuano l’esistente e   sostengono come valore quello dell’obbedienza, dell’adattamento alle norme. Disobbedire, cambiare lo stato delle cose, ribaltare le abitudini, sconvolgere le convinzioni richiede invece la capacità di dare corso al proprio sentire anche quando questo segue direzione contraria al sentire dei più, richiede fiducia in sé stessi e nei propri pensieri, richiede il coraggio dell’essere contro.

Il pensiero divergente deve sempre difendersi dagli attacchi del conformismo, che si serve di innumerevoli strumenti per affermare se stesso: chiunque si occupi di difesa attiva degli altri animali , per esempio, ha inevitabilmente dovuto fare i conti con il  “confronto vantaggioso”, si è in altri termini sentito obbligato a giustificarsi davanti all’accusa che ben altri sono i problemi del mondo che meritano dispiegamento di energie, le guerre e la fame, le donne violentate e i bambini sfruttati: ma l’ingiustizia in qualunque luogo è una minaccia per l’ingiustizia in qualunque altro luogo, diceva Martin Luther King in tempi in cui l’utopia sembrava essere ad un passo dalla realtà.

E Che Guevara esortava ad essere sempre capaci di sentire nel più profondo qualunque ingiustizia contro chiunque, in qualunque parte del mondo. Quei chiunque sono sempre e dovunque anche e soprattutto gli animali non umani, tanto disconosciuti come vittime; purtroppo, ed è amarissima considerazione , anche  chi della difesa dei deboli sembra fare ragione di vita oggi sembra ignorarlo.

Non va dimenticata poi la mistificazione della realtà, quella sorta di etichettamento eufemistico che ci parla di mucche felici (di vedersi sottratto il vitellino appena nato, che viene allontanato urlante e disperato), che ci mostra maialini danzanti ( per essere stati evirati, amputati appena nati di denti e coda), che definisce la caccia “buona” (perché stermina a pallettoni animali in sovrappiù per il gioioso piacere di uomini – e donne!- in assetto di guerra), di macellazione umanitaria (ma gli ossimori sono per definizione termini incompatibili tra di loro): il mondo non sarebbe quel disastro che è se venissero usati termini corretti per descrivere la realtà, dice Tom Regan in “Gabbie vuote”.

Purtroppo non chiediamo di meglio che sentirci rassicurati: così accettiamo con sollievo la mistificazione della realtà, la negazione di ciò che risulta insopportabile: bisognerebbe invece ricordare che , come dice il filosofo Galimberti, la negazione è la prima radice, la più profonda dell’immoralità collettiva: perché il rifiuto a riconoscere le grandi ingiustizie evita la reazione che potrebbe avere luogo se venissero riconosciute. Molti dei grandi massacri della storia non avrebbero forse potuto essere portati a termine se non fossero rimasti inerti coloro che avrebbero potuto intervenire.

Il  discorso  si complica con tante altre considerazioni che vanno a includere il tema della violenza che non può essere distinta a seconda di chi ne è l’oggetto: perché un link indissolubile, a livello sia di responsabilità che  di conseguente sofferenza,  lega quella esercitata contro chiunque: uomini, donne, bambini, animali. Invece ci nutriamo di  affermazioni generali (“la  violenza è da rifiutare”) , i comandamenti sono assoluti (“non uccidere” ), ma poi è insito nelle convinzioni che gigantesche eccezioni possono serenamente essere elevate al rango di  norma: sui bambini la violenza, che è il vero nome delle punizioni fisiche,  è considerata ancora oggi  educativa anche in alcuni paesi del mondo occidentale, come se i bambini non fossero persone, i più deboli tra le persone; e uccidere gli animali non umani non è peccato.

Secondo lei è possibile cambiare questa mentalità “carnivora”? se si in che modo?

A questa domanda credo si possa rispondere solo richiamando il  pessimismo dell’intelligenza e l’ottimismo del cuore: la realtà è devastante e il compito di cambiarla ciclopico, perché,  diceva Saramago, premio Nobel per la letteratura, questo mondo è sbagliato, non imperfetto: sbagliato.

Quali siano i modi più utili per fare la propria parte nell’incidere sull’esistente è difficile stabilirlo; sono comunque tanti e ognuno di essi contiene la  possibilità di modificare lo stato di cose. E’ in circolazione in rete un filmato spagnolo, che mostra l’ operatore di un reparto macelleria che, dopo avere offerto ai clienti assaggi di pasticci di carne, molto apprezzati, chiede loro se vogliano  la salsiccia fresca da cucinare e, al loro assenso,  si china a raccogliere da un cesta un maialino vivo, lì insieme ai suoi fratellini, che lui  infila in  una macchina tritacarne da cui escono salsicce già belle pronte.

Si tratta, inutile dirlo, di finzione perché il maialino viene in realtà messo in salvo tra le braccia di una ragazza, ma ciò che vedono i  clienti non lo lascia supporre: interessante la reazione dei clienti, che   guardano quello che il macellaio va facendo dapprima stupiti poi costernati: cercano di fermarlo, lo  coprono di insulti: nessuno accetta più di acquistare quello che prima era parso un prodotto prelibato. Il filmato rende evidente l’ ignoranza e la disinformazione che avvolgono  il mondo dello sfruttamento animale, inverosimile  in epoca di internet,  ma reale: persino persone di ottima cultura, di  certo non escluse dall’accesso all’informazione, spesso si meravigliano  per esempio di venire a sapere  che il latte che bevono è quello  sottratto al vitello, quasi le mucche lo producessero in automatico, essendo “animali da latte”. Dato lo stato delle cose, sollevare il velo sulle nefandezze è necessario, come lo è una corretta controinformazione sulla percorribilità del veganesimo senza rischi per la salute.

Ma, al di là delle singole strategie,  il discorso vero  è quello della necessità di un rivolgimento esistenziale, filosofico, di pensiero che rimetta in gioco dalle fondamenta il nostro modo di essere: la  cultura che può opporsi all’attuale stato di cose è la  cultura della solidarietà, dell’ empatia, della comprensione dell’altro, tutti valori che non possono fermarsi sul confine di specie, che è un confine fittizio, ma devono inglobare nel proprio orizzonte etico tutti gli esseri viventi. Una cultura consapevole  che le relazioni devono essere  costruite  sulla collaborazione e non sull’antagonismo, sulla cooperazione e non sulla prevaricazione.

Una cultura che riesca a vedere gli animali non umani come, con le parole di Henry Beston  “altri universi captati insieme a noi, nella rete della vita e del tempo; nostri compagni di prigionia nello splendore e nel travaglio di questa terra”.  E che si giochi sulla grande partita che ha inizio dall’educazione dei bambini, che deve essere prima di tutto educazione alla non violenza e  al rispetto, e si propaghi  poi in ogni piega della società in cui amplissimi mezzi per ingenerare il cambiamento di certo sono appannaggio di chi detiene il potere:  ma non potendo avere soverchie illusioni al proposito, dal momento che  tanto spesso il medico è esso stesso parte della malattia, è necessario recuperare la consapevolezza della possibilità di ognuno di poter incidere in modo impensato sulla realtà.

Non bisogna dimenticare che “l’ingiustizia è negligenza individuale”, che sulla scena del crimine, oltre a  carnefice e vittima , c’è un terzo personaggio che è lo spettatore, da cui tanta parte del finale dipende. Allora è fondamentale, se spettatori siamo, non essere silenziosi, diventare noi il cambiamento, agire contro ogni infamia, recuperando il senso di vicinanza con tutte le forme di vita, anche attraverso la disubbidienza alle leggi degli uomini, nel rispetto di un’etica che arriva in luoghi pacificati, che tali leggi, oggi, non sanno nemmeno immaginare.

Psicologia e vegetarismo: quale delle due ha dato inizio al suo libro?

E’ stata la convinzione che gli altri animali, quelli non umani, non sono esclusi dall’interesse psicologico:  vivono in numero enorme all’interno delle relazioni con la loro presenza, anche quando non riconosciuti perché ridotti a cibo: è inaccettabile relegarli, come facciamo con l’eccezione dei cosiddetti animali da compagnia,  allo stato di silenzio e di invisibilità. Se è vero che ogni esperienza incide su di noi, sul nostro modo di essere, modificando persino la nostra realtà cerebrale, è fondamentale prendere atto del ruolo degli altri animali nelle nostre vite, prendere atto di loro anche come  oggetti di studio, oltre che, e questo viene al primo posto, di stupita fascinazione, se solo si ha voglia  di guardarli nell’incredibile ricchezza delle loro vite

Per quanto mi riguarda, posso solo dire che da sempre conosco i nomi di Firpo, Ras, Laika, cani vissuti molto prima che io nascessi e che la memoria di mio padre mi ha consegnato con tanta dolcezza, negli aneddoti della sua infanzia molte  volte ripetuti,  da farli entrare nel mio mondo psichico : che di persone e di animali è popolato.

Annamaria ha scritto anche “In direzione contraria” (Sonda 2009) in cui  ha proseguito l’analisi intrapresa (i diritti d’autore sono sempre devoluti a Animals Asia Foundation).

Fonte:  
http://www.eticamente.net/1912/perche-mangiamo-carne-lanalisi-psicologica-di-annamaria-manzoni.html

Semplice come la frutta

Semplice come la frutta
Parliamo di fruttismo con Luca Speranza

Ciao Luca, grazie per avere accettato l’intervista e di parlarci di fruttismo in un blog vegano.

Ciao a te Daria e grazie dell’opportunità di condivisione, su di un argomento su cui c’è ancora tanto da dire e scoprire e soprattutto in cui c’è ancora tanta disinformazione. Siamo ancora pioneri sul fruttismo in italia, ma con un discreto bagaglio di esperienze da condividere.

Da quanto sei fruttariano e perché? Raccontaci un po’ il tuo percorso…

Il mio è stato un cammino lungo con molti alti e bassi che però mi hanno aiutato a crescere e capire molte cose.
Sono oltre 7 anni che sono su questo cammino e ho avuto lunghi periodi di alimentazione con sola frutta, includendo i frutti ortaggi .
Il processo è lungo, perché l’ho scelto io cosi. Ritengo che si ha più tempo per capire e analizzare i cambiamenti del proprio corpo, si riscoprono sapori, identità perdute o dimenticate, nuove visioni della vità e soprattutto si vive con serenità la trasformazione anche mentale del nuovo stile di vita più semplice e naturale.

Realmente non mi sono mai definito fruttariano integrale, perché ancora è molto difficile esserlo completamente, in questa società e specie vivendo in città e specie in una famiglia che non si alimenta allo stesso modo.
Qui c’è un mio articolo che forse approfondisce il cammino nei dettagli:
http://www.fruttalia.it/2011/07/etica-e-salute-il-cammino-di-luca/

Oltre alla frutta consumi anche qualche tipo di ortaggio?

Si come ho detto prima, ancora consumo molti fruttortaggi, cioè quei frutti per definizione sono tali, ma in realtà non sono adattissimi a essere consumati con frequenza… specie i pomodori e le zucchine, o le insalate  con l’avocado e olive che mangio molto in inverno quando purtroppo, molta frutta dolce fresca è ancora assente.

E la frutta secca?

Intendi noci o frutta essicata ?
Le noci pochissime quasi per nulla.
Mentre la frutta essicata, solo in questo periodo freddo di gennaio, per soddisfare la voglia di dolce in modo più naturale possibile…..prima di mangiarla la lascio in ammollo nell’ acqua poi la uso come dolcificante  nei frullati di frutta.
Il resto dell’anno e soprattutto d’estate, ne consumo pochissima, perchè essendo disidratata, è troppo ricca di zuccheri concentrati

Quali sono Luca i benefici fisici che questa alimentazione ti ha portato?

Serenità, leggerezza, soluzione di molti problemi fisici che mi affliggevano da oltre 20 anni, capacità fisiche di maggiore forza e più energie e disposizioni a lavorare di più. Ho risolto i problemi alla schiena che mi hanno accompagnato per oltre quasi 20 anni.

Posso chiederti se fai regolarmente le analisi del sangue e se hai qualche tipo di carenza nutrizionale?

No le analisi del sangue non le faccio perché  non credo che possano essere utili.
Ci sono….troppe varianti per essere valide.
Le dovresti fare tutti  i giorni per almeno 3 mesi.
Raccogliendo i dati  e comparando i risultati alla fine si potrebbe avere un bel quadro d’insieme di come si muovono e cambiano i valori a seconda che hai dormito poco che hai preso poco sole, che sei stato sotto stress, o i giorni che hai mangiato molto oppure poco oppure più crudo  o più cotto etc.
Invece faccio regolarmente altri tipi di esami obbligatori da molti anni per via dello sport agonistico (atletica) e sono sempre risultati a posto .

E per i bambini? Pensi si possano crescere bambini nutrendoli solo con della frutta?

Assolutamente si, ma rispetto chi non se la sente ancora di fare. I bambini comunque sono naturalmente attratti dalla frutta. Lo vedo con mia figlia di appena 1 anno. Purtroppo l’imprinting sul cibo inizia già da piccoli e le pappine vengono fraintese dal sistema biologico come fossero necessarie, ma contribuiscono solo ad appesantire il bimbo/a per i malanni stagionali.
Tutti i bimbi nati e cresciuti in stile crudista non hanno quasi mai disturbi e se li hanno guariscono a tempo di record.

D’inverno, quando fa più freddo, ti capita di sentire il bisogno di cibi “caldi”?

Questa voglia/abitudine, ormai non la ho quasi più. Credo che il cibo caldo sia un illusione d’inverno. O meglio è temporaneo, meglio poco cibo e riposo per preparare il corpo a sopportare temperature più basse.

Non ti mancano mai il pane, la pasta, la pizza….?

Gli inverni sono i periodi più duri ma, non più, sono voglie che con gli anni sono sparite naturalmente.
A volte sento l’odore e, psicologicamente mi soddisfa ma, non mi tenta più l’idea di mangiarla. Credo comunque che la transizione non debba essere una sofferenza e se, se ne sente la voglia, si debba cedere a piccoli e brevi sgarri per fortificare anche la volontà e magari gratificarsi dei successi ottenuti.

Senti Luca, per me vegana la frase che più spesso mi sento ripetere davanti alla sofferenza animale, è che anche la carota soffre! Per un fruttariano, c’è una frase che si sente ripetere?

Ce ne sono diverse:
le proteine come fai ?
oppure : e la B12…?
Oppure:  si è bello ma di sola frutta non si puo vivere….. etc

Se non ti dispiace vorrei spostare un attimo il discorso sull’etica. Ovvio che un fruttariano segue un’alimentazione che non provoca sofferenza agli animali ed è la meno impattante sull’ambiente. Ma per un fruttariano conta l’aspetto etico, o solo quello salutista?

L’etica senza dubbio è la più importante, anche se alcuni si avvicinano per la salute.
Di solito rispondo,  la massima etica è quella in cui abbiamo rispetto di noi stessi prima e curare la propria salute per poter essere utile agli altri.
Perché se siamo malati non potremmo essere utili a nessuno. E tutto parte dal singolo individuo.
Uno scrittore del XX secolo disse : “Un essere è di valore nella misura in cui può essere di aiuto agli altri.”
Per questo un fruttariano evoluto dovrebbe essere “naturalmente” un salutista, animalista, ecologista… quindi avere cura del proprio corpo, amarsi, amare gli altri suoi fratelli animali e animali umani e sempre ricordarsi del nostro caro pianeta terra.

Hai un suggerimento da dare a chi si sta avvicinando timidamente al fruttanesimo?

Calma pazienza e gradualità che è la strada che ho scelto anche io…..
Lo schema è questo: Impegno + Costanza + Pazienza = Miracoli (ICP=M)
Poi leggere molti libri o consultare blog e forum di supporto come www.fruttalia.it/forum

Grazie Luca! E’ stato un piacere e un onore parlare con te

Grazie ancora a te per la simpatia e l’amicizia che mi fa piacere condividere.

Luca Speranza

http://www.fruttalia.it/  –  http://www.ehretismo.com/

Gruppo “amici fruttariani” su Facebook:
http://www.facebook.com/profile.php?id=100002552171601&ref=tn_tnmn#!/groups/amicifruttariani/

Video di Veggie Channel:
http://www.veggiechannel.com/Entry.aspx?ID_Entry=8a56e005-1dba-4a01-94ba-15f56e2e6f58&len=IT

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Intervista realizzata da Daria Mazzali
http://dariavegan.wordpress.com/