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Vegetariani e vegani sono più sensibili alla sofferenza umana e degli animali (?)

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Studio del San Raffaele e delle università di Genova e di Maastricht:
«Differenze a livello del cervello»

Chi mangia solo verdure ed evita la carne e i prodotti derivati da animali, come i vegetariani e i vegani, è maggiormente «empatico» verso la sofferenza umana e animale rispetto a chi invece mangia di tutto. Lo hanno dimostrato recentemente i ricercatori del San Raffaele di Milano, in collaborazione con quelli delle Università di Ginevra e Maastricht.

DIFFERENZE NEL CERVELLO
La differenza tra amanti della carne e vegetariani sarebbe addirittura evidente a livello del cervello: secondo lo studio, coordinato da Massimo Filippi e da Mara Rocca, «l’attività encefalica degli individui che hanno deciso di escludere dalla loro dieta, in parte o completamente, l’utilizzo di derivati animali per ragioni etiche, coinvolge differenti circuiti neurali in seguito all’osservazione di scene di sofferenza umana o animale rispetto a quanto accade in chi non ha compiuto tale scelta».

LO STUDIO
I ricercatori hanno studiato 20 persone onnivore, 19 vegetariani e 21 vegani durante la visione di immagini di esseri umani o animali in situazioni di sofferenza. Gli scienziati hanno evidenziato, tramite risonanza magnetica funzionale, che rispetto a soggetti onnivori «i vegetariani e i vegani presentano una maggiore attivazione di aree del lobo frontale del cervello associate allo sviluppo e alla percezione di sentimenti empatici, indipendentemente dal fatto che le scene di sofferenza prevedessero il coinvolgimento di umani o di animali».

DIVERSAMENTE VEG
Ma anche tra vegetariani e vegani il cervello presenta qualche differenza: «durante l’esperimento, i vegetariani presentavano una maggiore attivazione del cingolo anteriore, che potrebbe riflettere una maggiore attenzione verso gli stimoli presentati nel tentativo di controllarne l’impatto emotivo. I vegani attivavano invece maggiormente il giro frontale inferiore, bilateralmente». Quest’ultima area cerebrale «si ritiene essere coinvolta non solo in processi inibitori durante stimolazioni cognitive ed emotive – concludono gli esperti – ma anche in fenomeni di condivisione delle emozioni. Questo potrebbe indicare comunque una tendenza da parte di individui vegani ad identificarsi non solo con gli esseri umani, ma anche con gli animali, al fine di comprenderne le emozioni e di condividerle». (Fnte: Ansa)

Fonte:
http://www.corriere.it/animali/10_settembre_10/dieta-veg-maggiore-empatia-sofferenza-umana-e-animale_caa3dcc2-bd21-11df-8683-00144f02aabe.shtml

Bloccato finanziamento pro-carne in USA

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Il programma per pubblicizzare la carne di manzo con fondi pubblici e’ stato annullato.

Recentemente il Dottor Neal D. Barnard, ricercatore impegnato nel campo della medicina preventiva negli Stati Uniti d’America e fondatore del Physicians Committee for Responsible Medicine (PCRM), organizzazione senza fini di lucro che raccoglie medici, scienziati e semplici cittadini con lo scopo di promuovere una migliore salute pubblica, si è fermamente opposto al nuovo programma di promozione del consumo di carne bovina lanciato dal Dipartimento dell’Agricoltura statunitense.

Il programma avrebbe richiesto l’investimento di 80 milioni di dollari. Grazie alla mobilitazione del Dottor Barnard sono state inviate più di mille dichiarazioni di opposizione a tale programma da parte dei membri del PCRM e questo ha fatto ritirare il programma previsto, decretando una vittoria per la prevenzione delle più diffuse malattie croniche dovute all’assunzione di carne.

La vendita e la produzione di carne rossa sono diminuite in questi ultimi anni perché i consumatori sono diventati sempre più consapevoli del legame tra il consumo di carne e le malattie croniche. In termini di salute pubblica, questo è un successo. I medici, i ricercatori e le organizzazioni mediche affermano chiaramente che le conseguenze del consumo di carne sono le malattie croniche e la stessa Organizzazione Mondiale della Sanità ha ribadito più volte la correlazione tra il consumo di carne e le patologie del colon-retto e della prostata.

L’American Heart Association ha pubblicato alcuni risultati nei quali si afferma che le donne che avevano consumato con regolarità due porzioni al giorno di carne rossa avevano un rischio del 30 per cento più elevato di sviluppare malattie coronariche. I ricercatori PCRM hanno scoperto che mangiare carne è un fattore di rischio per il diabete.

L’American Institute for Cancer Research consiglia di ridurre e rimuovere la carne rossa e i suoi sottoprodotti, come raccomanda anche l’American Cancer Society. Anche i funzionari del governo del Regno Unito sono stati chiari nelle loro raccomandazioni ai cittadini britannici al fine di ridurre il consumo di carne rossa.

Ciò nonostante il Dipartimento dell’Agricoltura statunitense ha assunto una posizione ambigua quando ha parlato di carne rossa nel 2010, nelle linee guida per una dieta ottimale; ha infatti raccomandato di ridurre i grassi trascurando di precisare che una bistecca di manzo sovraccarica le arterie con il 155% della razione giornaliera massima di grassi saturi e il 152% del colesterolo massimo giornaliero.

L’industria della carne è ovviamente preoccupata per i profitti in calo e per questo ha chiesto al governo di creare un programma di promozione del consumo della carne di manzo.

Proprio per questi motivi strettamente economici, il Dipartimento dell’Agricoltura statunitense aveva proposto un programma per stanziare fondi per la promozione e la commercializzazione delle carni bovine nel 2015. E dal momento che lo stesso Dipartimento rilascia anche raccomandazioni dietetiche nazionali, ne è scaturito un evidente conflitto di interessi .

Grazie all’intervento tempestivo del Dottor Neal D. Barnard, il programma di stanziamento fondi per la promozione del consumo della carne di manzo previsto per il prossimo anno è stato abbandonato!

Fonte notizia:
http://www.scienzavegetariana.it/news_dett.php?id=1497

Diritto alla libertà agli orangotango

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Un Tribunale argentino estende il “diritto umano alla libertà” agli orangotango

Con una sentenza senza precedenti il tribunale di Buenos Aires ha riconosciuto a un orangotango chiuso in uno zoo il “diritto umano alla libertà”: “L’orango è un essere senziente con comprovate capacità cognitive e solidi rapporti affettivi”.

Anche agli orango va riconosciuto il diritto alla libertà: lo stesso diritto che si applica agli esseri umani. A stabilirlo, con una sentenza che non ha precedenti, è stato un tribunale argentino che si è trovato a dibattere sulla vicenda di “Sandra” un orango di Sumatra che ha trascorso gli ultimi 20 anni chiuso in una gabbia nello zoo di Buenos Aires: secondo i giudici, che all’unanimità hanno firmato la sentenza, Sandra va liberata dalla “prigionia” e trasferita in un “santuario” naturale in Brasile. Il primate, infatti, è stata considerata – testualmente – “non-human person” e come tale gode di alcuni diritti fondamentali.

A sporgere denuncia contro lo zoo di Buenos Aires era stata, lo scorso mese di novembre, l’associazione degli avvocati per i diritti degli animali (Afada), secondo cui Sandra aveva sofferto di ingiustificato confinamento. L’orango, infatti, andrebbe considerato un animale con “comprovate capacità cognitive”. Secondo i legali, infatti, una scimmia – proprio come una persona – è perfettamente in grado di mantenere solidi legami affettivi ed ha capacità di ragionamento. Inoltre Sandra sarebbe perfettamente in grado di “prendere decisioni, ha consapevolezza di sé e percezione del tempo”. Quindi la permanenza dell’orango nello zoo costituisce una “privazione illegale” della libertà.

La sentenza del Tribunale di Buenos Aires secondo l’avvocato Afada Paul Buompadre rappresenta un precedente di portata storica e apre la strada della liberazione dagli zoo non solo delle altre scimmie, ma anche di tutti gli esseri senzienti “ingiustamente e arbitrariamente chiusi in circhi, parchi acquatici e laboratori scientifici”. L’orango Sandra è nato nel 1986 nelo zoo di Rostock e dal 1994 è chiuso nello zoo della capitale argentina. Secondo il wwf la sua specie – l’orango di Sumatra – è seriamente a rischio estinzione.

Fonte:
http://www.fanpage.it/un-tribunale-argentino-estende-il-diritto-umano-alla-liberta-agli-orangotango/

Articolo originale:
http://rt.com/news/216551-orangutan-argentina-human-right/

Apre a Roma Romeow Cat Bistrot. Cucina vegana e crudista

Romeow Cat Bistrot

Inaugurazione prevista per l’inizio di dicembre.

Cucina vegana e crudista nel bistrot ispirato ai neko cafè giapponesi. E una piccola colonia felina accoglie i commensali

Arriva anche a Roma, seguendo i precedenti italiani torinesi, la formula del cat cafè. Il locale nel quartiere Ostiense ospiterà una comunità di sei giovani gatti, liberi di interagire con gli avventori in uno spazio ridisegnato da un intervento di design che tiene conto delle esigenze feline. Aperto nell’arco dell’intera giornata, l’offerta gastronomica sarà incentrata su una proposta vegana e crudista, che trae ispirazione dalle cucina del mondo, mantenendo il piacere per la buona tavola.

La tendenza, come tutte le esperienze più insolite che in prima battuta strappano qualche sorriso, arriva dal Giappone. Nella terra del Sol Levante i Neko Cafè sono cosa nota ormai da dieci anni, da quando il primo locale dedicato agli amanti dei gatti aprì a Osaka, riscontrando l’evidente plauso di una folta comunità che non sa rinunciare alla compagnia dei felini. Ma la formula del Cat Cafè (nella traduzione occidentale), con la sua piccola colonia di gatti che vivono, giocano, si intrattengono con i commensali, ha finito per ricevere l’apprezzamento di un pubblico molto più eterogeneo e trovato diffusione anche in Europa.

In Italia l’esperimento stenta a trovare ampio riscontro, anche se Torino può già vantarne qualche esempio.
Dalla prima settimana di dicembre (l’inaugurazione è prevista per il week end dell’Immacolata) anche i romani amanti dei gatti saranno accontentati. Apre nella Capitale Romeow Cat Bistrot, connotato dalla scelta di fornire al locale un taglio su misura per ricreare l’habitat più confortevole per la comunità felina che qui troverà rifugio; sei giovani gatti a fare gli onori di casa: Romeow, Maos, Nino, Frida, Lamù e Irì. Ma non solo cat cafè.

L’obiettivo di Valentina e Maurizio, la giovane coppia di proprietari, è molto più ambizioso. Entrambi vegani, si parla di ricreare l’atmosfera rilassata di un bistrot di impostazione vegana e crudista sul modello di una realtà come Soul Kitchen, insegna vegana sui generis ancora una volta a Torino. Una sfida nella sfida, con l’intento di evitare ogni tipo di ghettizzazione, estremismo alimentare o cucina punitiva, pur portando in città una proposta gastronomica piuttosto alternativa.
Romeow, che promette nuove soddisfazioni per i frequentatori di un quartiere Ostiense sempre più protagonista sulla scena cittadina, sarà aperto dalle 10.30 alle 23, garantendo un’offerta distribuita nell’arco di tutta la giornata, dalla colazione al dopocena, passando per pranzo e merende.

Cucina vegana, quindi, con piatti d’ispirazione internazionale che attingono alle basi del veganesimo o rivisitano con originalità pietanze indiane, thailandesi, ma anche (e perché no) romane. Bombay Biryani con curry e sultanina, Melanzana di melanzane con besciamella di nocciole, Formosa di sedano rapa e chips di verdure, Cappellotto con crema di zucca e ripieno di castagne: queste alcune delle proposte in carta. E pasticceria crudista, con versioni raw di brownies e cheesecake, proposte gluten free, l’utilizzo di materie prime selezionate – attraverso il portale specializzato Cibocrudo – in arrivo dall’Estero (come l’acai brasiliano o il latte di cocco). Una cucina naturale che si avvarrà anche del km0, per una volta non abusato, trattandosi di verdure e farine in arrivo da produttori laziali.

Tutto questo prenderà forma in uno spazio di 120 metri quadri soppalcato, ridisegnato da Tommaso Guerra con attenzione ai materiali naturali; originale l’articolazione degli ambienti: nella sala al piano terra campeggerà un grande albero, mentre tubi e strutture sospese garantiranno un passatempo ideale per i gatti. Nella zona soppalcata un’area lounge per rilassarsi, lavorare al pc, leggere un libro sorseggiando un tè.

Romeow Cat Bistrot
Via Francesco Negri 15, Roma

Dal martedì al sabato dalle 10.30 alle 23
(domenica dalle 10.30 alle 14.30)

www.romeowcatbistrot.com

Fonte:
http://www.gamberorosso.it

 

 

Carie e lette vaccino

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Di Stefano Momentè

I cibi animali generano un ambiente acido nel cavo orale in cui aumentano i batteri che causano carie dentarie. Tutti, anche latte e formaggi, checché se ne continui a raccontare.

Nand Kishore Sharma, in Latte e formaggio, rischi e allergie per adulti e bambini, riporta quanto scrive Sim Wallace, un esperto dentista, nel suo libro La fisiologia dell’igiene orale: nei Paesi dove si consuma latte e zucchero si ha un forte tasso di carie dentale.
Al contrario, studi sulle popolazioni primitive e altre civiltà provano che il latte dopo lo svezzamento non è necessario né desiderabile. La maggior parte di queste popolazioni che non hanno mai bevuto latte sono in salute con la loro dieta nativa e tra loro la carie dentale è una rarità.

Ricerche mediche riportate in letteratura scientifica provano che nelle bocche dei bambini il residuo lasciato dal latte vaccino forma una caglio intorno ai denti e alle gengive che probabilmente è una delle cause della carie dentale. La carie non è certamente dovuta all’usura o allo sfregamento dei denti. Prima della carie si ha sempre una demineralizzazione dei tessuti duri del dente. Poi accade, come in tutte le malattie microbiche, che i tessuti morti divengano preda dei microbi, ingiustamente accusati di tutti i mali.

L’iperacidificazione dell’organismo, causata da un’alimentazione sbagliata è tra le cause principali della carie. Troppe proteine animali (carne, latte e latticini, uova, pesce), alimenti raffinati (zucchero, farine, oli, pasta, ecc.), alimenti morti (privi di vitamine e oligoelementi). Quando il sangue è acido diventa una minaccia per il nostro corpo, così si attivano i sistemi di protezione che usano il calcio e altri minerali alcalinizzanti per neutralizzare l’acidità. Se questi minerali organici non sono presenti nella dieta, vengono prelevati dalle nostre riserve principali: ossa e denti.

Stefano Momentè

https://www.facebook.com/photo.php?fbid=10203293499435697&set=a.10203746290995203.1073741839.1156296344&type=1&pnref=story

Gavettoni a favore della SLA: ricerca scientifica o business?

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Gentili lettori, a causa della pressante disinformazione proposta dai media riguardo a uno specifico tema sulla questione SLA, abbiamo deciso di scrivere e divulgare questo articolo.

Chi ci conosce sa che il progetto InFormazione Benessere non si occupa di ricerca scientifica, ma nel nostro piccolo ci siamo sentiti in dovere di mettere in discussione un argomento che rappresenta una vera e propria presa in giro nei confronti di tutte le persone che credono nei mezzi d’informazione e nella scienza, il tutto a danno degli animali e degli stessi malati di questa gravissima malattia neurodegenerativa.

Per una miglior lettura dell’articolo scarica la versione PDF
https://www.dropbox.com/s/mwrx7vir71lf194/SLA.pdf?dl=0

Lo staff di InFormazione Benessere
https://www.facebook.com/InFormazioneBenessere?ref=ts&fref=ts

 

“GAVETTONI” A FAVORE DELLA SLA: RICERCA SCIENTIFICA O BUSINESS?
(All’interno dell’articolo intervista alla prof.ssa Susanna Penco, ricercatrice)

Da un po’ di tempo si parla di “gavettoni”: un nuovo metodo per raccogliere fondi in cui personaggi della politica, dello spettacolo, varie celebrità e persone comuni accettano di lasciarsi rovesciare addosso un secchio di acqua gelida, azione testimoniata da video pubblicati su You-Tube. Tali avvenimenti sono già un “must” per sostenere la ricerca scientifica nei confronti di una grave patologia: la Sclerosi Laterale Amiotrofica (SLA). Si tratta di una malattia neurodegenerativa che in modo progressivo riduce le funzioni del sistema nervoso delegate al movimento volontario, fino ad annullare completamente le capacità motorie. La cosa peggiore è che il soggetto colpito resta consapevole a livello sensoriale, e condannato a vivere in piena coscienza all’interno di un corpo paralizzato.

Nonostante gli anni di ricerca, la SLA è a tutt’oggi una patologia incurabile. È questo probabilmente il motivo che spinge tante persone sensibili a voler offrire il proprio contributo, in tutti i modi verosimili. Anche se la trovata del “gavettone”, per molti (ovviamente non per tutti), è subito diventata una moda e un atteggiamento simpatico per mettersi in evidenza, non è questo il problema. Ben venga, se servisse a ridare la vita a chi è stato sfortunato.

Ma nel caso di tale campagna, e di ciò che solitamente viene definita “ricerca scientifica” (RS), non è così.

L’attuale RS non è altro che sperimentazione fatta su animali, attraverso metodiche obsolete che provocano determinate malattie nelle cavie animali, collaudando successivamente varie cure. Attraverso tali criteri si prova a far regredire una induzione patologica su un mammifero totalmente diverso da quello umano, instillandogli una malattia che per sua natura probabilmente non svilupperebbe mai, e che in ogni caso non instaurerebbe allo stesso modo. Tali sistemi non avevano una seria alternativa oltre 100 anni fa, ma al giorno d’oggi le strade che la scienza potrebbe percorrere sono ben altre.

Perché allora si continua a seguire sempre lo stesso modello sperimentale?

Non ci vuole molto a capirlo: stiamo parlando di un “mercato” che muove miliardi di dollari all’anno. Le multinazionali farmaceutiche, gli allevamenti di animali destinati a scopo sperimentale (ratti, scimmie, cani, etc.), e quelle dei mangimi a essi dedicati si sostengono a vicenda; nessuno di loro accetterebbe la scomparsa di un mercato tanto prolifico e infinito, che viene sovvenzionato in gran parte dalle singole persone, spesso ignare di tali meccanismi grazie al marketing e al trasporto emozionale degli effetti speciali televisivi. Basti solo pensare che per questa breve campagna sono finora stati raccolti 55 milioni di dollari.

Ma una malattia come la SLA si può vincere grazie a una colossale raccolta di fondi? Basteranno 55 o 100 milioni, oppure 100 miliardi di dollari a svelarne la vera cura, continuando a usare cavie animali come modelli sperimentali?

Se tu che leggi intendi in qualche modo finanziare questi metodi di ricerca, sappi che contribuirai ad arricchire alcune persone già milionarie o miliardarie. Darai sì un lavoro temporaneo, anche se precario e mal pagato a tanti giovani ricercatori, ma farai inutilmente torturare e morire innumerevoli animali che con questa vicenda non c’entrano nulla. Danneggerai inoltre i 5000 malati di SLA presenti in Italia per i quali non è in corso una concreta ricerca a loro favore: nonostante l’illusione globale, tali fondi saranno costantemente impiegati dalla parte sbagliata; allo stesso tempo la vera ricerca attenderà invano e i pazienti continueranno a morire dopo anni di sofferenze. E nel mentre i tuoi soldi saranno finiti nelle tasche degli allevatori di animali “da sperimentazione”, in quelle dei produttori di mangimi, e naturalmente in pasto alle multinazionali che usano i fondi generosamente donati allo scopo di compiere esercitazioni fini a se stesse, che non si sa se e quando produrranno risultati (è il loro minor problema), ma che senz’altro realizzano costantemente miliardi di dollari a loro esclusivo vantaggio.

Quali sono invece i metodi a cui si dovrebbe ricorrere per imboccare una strada giusta, una strada che condurrebbe in modo più probabile a risultati favorevoli per i malati di SLA?

Ho provato a chiederlo alla prof.ssa Susanna Penco, biologa, ricercatrice, docente presso l’università di Genova, e vincitrice del premio DNA 2013.

Professoressa Penco, che cosa ne pensa della sperimentazione animale come modello di ricerca sulla SLA?

Penso quello che è davanti agli occhi di tutti: un fallimento. Non si conoscono le cause della SLA, e senza quelle non possiamo né guarirla né prevenirla. Se gli studi sugli animali avessero funzionato, non saremmo qui a parlarne. Invece non abbiamo in mano nulla di concreto, se non un solo farmaco che rimanda (di poco) la morte di questi sfortunati pazienti, i quali hanno una qualità di vita durissima da passare su un tristissimo piano inclinato. Chiedetelo ai loro parenti.

Vi sono tante ipotesi, come al solito, così come per tante altre malattie inguaribili: dalla predisposizione genetica alle cause ambientali. Il cocktail tra geni “sfortunati” e fattori chimici (come alcuni metalli e altri inquinanti) potrebbero determinare l’insorgenza della SLA. Ma questo discorso vale anche per altre malattie, come il cancro, tanto per citare una delle più frequenti cause di morte. È noto che alcuni decenni fa una persona su trenta si ammalava di cancro, ora una su tre, e anche di più in certi contesti in cui l’ambiente è stato violentato dall’uomo.

Sarebbe ingenuo non supporre che certe malattie siano frutto della chimica che ci circonda, che ha avuto così grande impulso in tempi recenti. Ma il prezzo da pagare è troppo caro, occorre tornare indietro, con umiltà, e tutelare il diritto alla salute delle persone. Paradossalmente sono gli stessi ricercatori che mettono in discussione il modello animale:
http://www.arisla.org/ricerca.php/overview-rcl

Affermano loro stessi che: “è stata messa in discussione la validità e la capacità predittiva dei modelli usati negli studi pre-clinici, quasi esclusivamente eseguiti sui topi e ratti mSOD1. È stato suggerito che l’eterogeneità fenotipica nei topi transgenici, variabile espressione del transgene umano rispetto a quella effettivamente riscontrata nei pazienti SLA, ostacoli l’interpretazione dei dati e la valutazione dell’effetto reale terapeutico dell’agente studiato. Inoltre, al fine di estrapolare i dati dal modello di topo alla malattia umana, si devono prendere in considerazione le differenze di anatomia e immunologia non ancora del tutto comprese. Infine, gli studi preclinici che vantano successo sono spesso condotti su animali in fase pre-sintomatica, una situazione che poco riproduce lo status dei pazienti SLA, già in stato avanzato della malattia, quando vengono coinvolti negli studi clinici”.

Per approfondimenti: http://alternativesperimentazioneanimale.wordpress.com/2013/08/12/valore-predittivo-dei-sistemi-complessi-adattativi-e-sla/

Altro esempio: http://alternativesperimentazioneanimale.wordpress.com/2014/01/12/differenze-genetiche-tra-uomo-e-topo-nella-ricerca-sulla-distrofia-muscolare/

[Greek R, Hansen LA. Questions regarding the predictive value of one evolved complex adaptive system for a second: Exemplified by the SOD1 mouse. Prog Biophys Mol Biol. 2013 Jun 20.]

Prof.ssa Penco, quali sono secondo lei i metodi che bisognerebbe realmente favorire affinché si possa lavorare verso una direzione corretta?

La risposta mi sembra ovvia: se il metodo che si è usato finora ha fallito (e francamente questo dato mi sembra incontrovertibile), la sola soluzione è cambiare strada, senza intestardirsi a perdere tempo e denaro in ricerche che avrebbero dovuto già dare i loro frutti.

Voler vedere a tutti i costi il bicchiere mezzo pieno è un modo per tener buona la gente, per regalare un falso ottimismo: ma le persone meritano ben altro, sia come pazienti, che come contribuenti, che come cittadini, che come esseri viventi.

È certo che per raccogliere domani occorre seminare oggi: se si studiassero i cervelli di tutti i pazienti malati di SLA dopo la loro morte, credo si scoprirebbe nei loro tessuti il famoso “quid”, la causa. E allora davvero cambierebbe il panorama scientifico, e soprattutto cambierebbe il destino di questi sfortunati pazienti. Aggiungo di più: la prevenzione potrebbe addirittura evitare del tutto la comparsa della malattia.

Per chi desidera approfondire l’argomento, consiglio di navigare sul sito del “Progetto Penco”: http://www.progettopenco.org/

Evidentemente si ritiene più opportuno tentare di curare malati cronici che guarirli. Invece a mio parere occorre puntare sulla ricerca delle cause (ossia: perché ci si ammala?) e sulla prevenzione (evitare di ammalarsi, per esempio combattendo inquinamento chimico, l’uso di farmaci non indispensabili, il consumo di cibi contraffatti, contaminati, l’utilizzo di pesticidi, antibiotici, ormoni, etc., in ciò che mangiamo: insomma, gli esempi si sprecano), che estirperebbe il problema alla radice. Queste sono le vittorie che mi aspetto dal futuro e dalla medicina moderna: non il “contentino” e la produzione di una enorme quantità di farmaci, che producono profitto ai soliti noti: come dice il Prof Garattini, i farmaci utili alle persone sono un numero ben inferiore a quelli prodotti, venduti e consumati. E con gli effetti collaterali, indesiderati, dobbiamo fare i conti ogni qualvolta li assumiamo, per non parlare degli effetti delle terapie croniche, protratte nel tempo.

Quali azioni, prof.ssa Penco, potrebbe svolgere chi volesse veramente sostenere la vera ricerca scientifica contro la SLA, anziché supportare le campagne di sperimentazione animale?

Da tempo molti addetti ai lavori che non credono nei vecchi metodi tradizionali sostengono con forza l’assistenza ai malati, che è doverosa, necessaria e indispensabile, ma decidono lucidamente di non finanziare studi con vecchi metodi che evidentemente non hanno portato a nulla, se non a dolorose illusioni per i pazienti.

Concludo con un’amara osservazione: l’ipotesi della predisposizione genetica e dei fattori ambientali vale anche per i calli, per le carie, insomma, praticamente per tutte o quasi le malattie che ci affliggono, dalle più banali alle più gravi: non dimentichiamolo. È tempo di chiedere di più ai ricercatori e alla ricerca scientifica. Ed è tempo di decidere quali studi finanziare, chiedere e pretendere trasparenza: abbiamo il diritto di sapere come vengono impiegati i nostri denari.

Gianfranco Longo
https://www.facebook.com/InFormazioneBenessere?ref=ts&fref=ts

Nuovo studio scientifico sull’impatto ambientale dell’alimentazione

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[COMUNICATO STAMPA]
NUOVO STUDIO SCIENTIFICO SULL’IMPATTO AMBIENTALE DELL’ALIMENTAZIONE.
DIETA 100% VEGETALE IMPATTA 4,5 VOLTE DI MENO DI QUELLA ONNIVORA ‘IDEALE’.
CARNE, LATTICINI, UOVA IMPATTANO 17 VOLTE DI PIU’ DEI CIBI VEGETALI.
(15 settembre 2014)

Cari lettori,

divulghiamo questo comunicato invitando a leggere l’intero articolo direttamente alla pagina:
http://www.nutritionecology.org/it/news/news_dett.php?id=1466
(dove sono riportati anche i grafici esplicativi)

E’ stato appena pubblicato, sul numero di settembre della rivista scientifica internazionale “Foods”, un articolo di autori italiani che calcola e confronta l’impatto ambientale di tre diverse tipologie di dieta: vegan (100% vegetale), latto-ovo-vegetariana (include latticini e uova ma esclude ogni tipo di carne e pesce), onnivora. Il risultato, a conferma dei già numerosi studi in questo settore, dimostra come la dieta di gran lunga meno impattante sia quella vegan, fornendo anche precise indicazioni numeriche.

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Il titolo dell’articolo è “Impatto ambientale totale di tre schemi dietetici in relazione al contenuto di cibi animali e vegetali”

(Reference: Baroni, L.; Berati, M.; Candilera, M.; Tettamanti, M. Total Environmental Impact of Three Main Dietary Patterns in Relation to the Content of Animal and Plant Food. Foods 2014, 3, 443-460.)

E utilizza come metodo di analisi l’LCA (Life Cycle Assessment), una procedura standardizzata per la valutazione dell’energia utilizzata e degli impatti sull’ambiente causati dalle attività sotto studio. In questo caso, le attività sono quelle di produzione dei cibi che compongono le diete esaminate (formate dagli ingredienti che una persona consuma nell’arco di una settimana). Le 3 diete elaborate sono tutte basate sulle linee guida del dipartimento per l’agricoltura statunitense (USDA) del 2010, le quali forniscono informazioni e consigli per la scelta di una dieta salutare, composta da cibi ricchi di nutrienti.

Leggi tutto >>
http://www.nutritionecology.org/it/news/news_dett.php?id=1466