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Vegan Warrior

“In un mondo dominato dall’essere umano, dove potere e denaro la fanno da padroni, ogni essere vivente viene annientato, sfruttato ed ucciso per soddisfare i bisogni dell’uomo. Bisogni il più delle volte inutili e banali.

http://www.youtube.com/watch?v=MtS-KasQ-zE&feature=g-upl

Avete veramente bisogno di andare a caccia?? di andare al circo per vedere 4 elefanti che si alzano su due zampe altrimenti vengono frustati? o allo zoo per vedere una tigre si beriana che si deprime in 4 metri di recinto? di torturare ed uccidere esseri viventi per verificare quanto ci mette il tabacco a farvi morire? Avete veramente bisogno della pelliccia di visone della collezione autunno/inverno della ditta “siamo assassini e ci piace sbandierarlo ai 4 venti”? Ma soprattutto avete veramente bisogno di mangiare animali uccisi e torturati in squallidi mattatoi/lager?

Rispondo io per Voi… NO, non ne avete bisogno… e chiunque dice di SI pecca di Lussuria, Gola, Superbia e Avarizia.

Il Mio nome è Xenotron YimpHeria, ma voi potete chiamarmi Vegan Warrior. Vengo dalla costellazione del Sagittario. Vi stiamo osservando fin dai tempi dell’antica Roma e devo ammettere che di strada ne avete fatta… in senso negativo. Avete una gran quantità e varietà di esseri viventi ad abitare il vostro pianeta e voi invece di preservarli, in quanto esseri più evoluti, preferite sottometterli e sfruttarli a vostro vantaggio. Avete già fatto estinguere numerose specie animali e vegetali. Voi umani siete dei parassiti, state sfruttando, sporcando e prosciugando il vostro pianeta e già pensate di cercarvene un altro…

Beh… questo noi “abitanti delle stelle” non possiamo permetterlo. Ed è per questo che sono venuto nel vostro pianeta. Io non sono che il primo, sono quello che voi chiamate “esploratore”, presto ne arriveranno molti altri e alcuni molto più potenti di me… Il Nostro scopo e preservare tutte le specie animali e vegetali… tranne la vostra. Non possiamo permettervi di sfruttare e distruggere a vostro piacimento, non possiamo permettervi di scorrazzare liberi di pianeta in pianeta a fare danni e distruggere ogni cosa. Mi dispiace (non è vero), ma ormai il conto alla rovescia è cominciato.

Vegan Warrior

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Ottorino l’elefantino

Una favola per bambini, triste ma educativa.

Pubblichiamo questo racconto per bambini, gentilmente inviatoci da Maria Grazia Sereni, che racconta una storia di fantasia, sì, ma che è purtroppo molto aderente alla realtà di quanto avviene in tutti i circhi del mondo. Cosa fare per contrastare la sofferenza di tutti gli animali che sono prigionieri nei circhi come Ottorino l’elefantino? E’ semplice: evitare di andare a vedere gli spettacoli dei circhi con animali, e informare sul tema i propri conoscenti.

Ottorino l’elefantino
di Maria Grazia Sereni

“Sbrigati, Ottorino, non restare indietro,” suggerisce mamma.

Ma lui è felice, vuole correre, godersi il sole, agitare le orecchie per scacciare gli insetti. Dimenare il codino poi, lo fa sentire importante, e così la distanza tra lui e la madre si accresce, finché una corda cala sul suo collo, lo stringe quasi strozzandolo e lo trascina sempre più lontano dal branco.

“Mamma,” barrisce mezzo soffocato. Lei si gira, vede un gruppo di umani che la sta separando da Ottorino e lancia l’allarme al branco.

Gli elefanti allora si precipitano al galoppo per contrastare l’ennesimo scempio, ma ormai è troppo tardi: gli uomini sono riusciti a caricare su un furgone l’elefantino e a buttarsi a tutta velocità verso l’esterno del parco.

La madre barrisce inconsolabile, proboscide alta in segno di disperazione, attorniata dai suoi compagni e compagne che tentano in tutti i modi di lenire la sua angoscia.

Ottorino, nel frattempo, chiuso all’interno del furgone, piange tutto il suo dolore, mormorando di tanto in tanto “mamma”. Poi il mezzo si ferma davanti a un capannone, dove l’elefantino viene fatto scendere e introdotto in un minuscolo casotto. Lì una corta catena gli viene legata a una zampa posteriore, catena fermata a terra con un cavicchio.

Così immobilizzato, senza cibo né acqua, con il dolore per la separazione dalla madre che gli spacca il petto, Ottorino piange, pentendosi amaramente di non aver obbedito all’invito della sua mamma a non allontanarsi troppo dal branco.

Giunge la sera, uomini entrano nel capanno.

“È un bell’esemplare, quanti anni avrà?” “Non anni, mesi! Dovrebbe avere circa sei-sette mesi.” “Ottimo. Così potrò istruirlo per bene prima di impiegarlo negli spettacoli.” “Ma come farai a introdurlo senza denunciarlo?” “Beh, me ne è morto uno di un anno, e io non ne ho segnalato la scomparsa, così farò una sostituzione…” “È morto di malattia?” “No, no, l’istruttore ha esagerato con le botte perché era un soggetto poco collaborativo, mi capisci?” “Capisco,” ride il malandrino.

E l’affare è concluso.

Ottorino, il giorno successivo, viene trasferito in un circo ma tenuto separato dagli altri elefanti. La sua tenda è attorniata da altre che ne impediscono la vista e nel pomeriggio inizia l’addestramento, almeno così lo chiamano gli umani.

Corde ad ogni zampa e intorno al collo per dirigere i suoi movimenti, bastoni di metallo che calano spesso sul corpo del poverino quando lui non comprende che cosa deve fare e una bacchetta sottile (ma quanto più dolorosa) che lo colpisce con scariche elettriche ogni volta che un comando non è capito.

Il terrore è ormai compagno di ogni momento, la nostalgia di mamma e del branco aggrava la situazione dalla quale il povero elefantino ha un po’ di sollievo solo la notte, quando gli umani se ne vanno a riposare.

“Che cosa mi è capitato?” si chiede Ottorino disperato, “e quale sarà il mio futuro?”

Dopo una settimana di quelle torture, l’elefantino viene inserito tra i suoi compagni adulti. Lui è fisicamente e moralmente a pezzi, tuttavia ha ancora un po’ di lucidità per chiedere spiegazioni ai suoi compagni di sventura.

“Siamo in un circo e dobbiamo esibirci di tanto in tanto negli esercizi che a mano mano ci vengono insegnati. Il cibo è scarso, la libertà inesistente e le bastonate giornaliere. Io sono qui da dieci anni e ti assicuro che avrei preferito morire quando sono stato catturato – avevo all’incirca la tua età.”

“Ma non possiamo ribellarci tutti insieme?” chiede l’ingenuo elefantino.

“Ribellarci per andare dove? Siamo troppo grossi per nasconderci, ci riprenderebbero subito e le punizioni sarebbero tremende. No, mio caro, non c’è soluzione purtroppo.”

“Io non mi esibirò mai e poi mai!” esclama il nostro eroe, “voglio tornare dalla mia mamma e passeggiare con il branco, nutrirmi delle foglie e barrire al Sole.”

“Ascoltami bene, piccolo. Ti esibirai, come tutti noi e farai esattamente quello che gli umani ti chiederanno. Lo dico per il tuo bene. Circa un mese fa un elefante di un anno è morto perché si rifiutava di eseguire gli esercizi.”

“Beh, meglio morire che vivere per tanti anni in queste condizioni. L’hai detto anche tu, non è vero?”

“Ma il nostro compagno è morto perché uno degli umani che lo doveva istruire si è arrabbiato e lo ha battuto con bastoni di ferro uncinato che gli hanno fracassato le ossa del cranio. È stata una morte orrenda, credimi. Meglio che tu segua i miei consigli, caro mio.”

“Sì, va bene, ma spiegami perché tutto questo,” vuole sapere Ottorino.

“Semplice: per il divertimento degli umani. Le famiglie che portano i figli al circo per vedere le nostre esibizioni e quelle degli altri animali non sanno quanto dolore, terrore e angoscia si nascondono dietro a tutto ciò.”

“Allora la nostra vita è senza speranza?”

“La speranza è sempre presente, altrimenti ci si lascerebbe morire di inedia. Ci sono stati degli umani – non sono tutti uguali, sai – che hanno fotografato le sofferenze inflitte a noi e agli altri animali…”

“E?”

“Potrebbero fare delle nuove leggi per tutelarci, potrebbero eliminare i circhi che impiegano animali per gli spettacoli, potrebbero comprarci e liberarci nel nostro ambiente.”

“Le leggi che ci tutelano ci sono già,” interviene un vecchio elefante, “solo che i proprietari dei circhi non le rispettano.”

“E allora?” chiede l’elefantino, “qual è la soluzione?”

Il silenzio cala improvviso, fino all’intervento di un giovane elefante: “La soluzione è impossibile, a meno che la maggioranza degli umani sia informata di ciò che subiamo. Ci sono tante brave persone tra di loro, ne annuso l’odore in ogni esibizione.”

Ottorino guarda i suoi compagni. Ognuno di loro porta le cicatrici delle ferite subite.

La disperazione lo assale e lui cerca di avvicinarsi a un’elefantessa che non ha ancora aperto bocca e che gli sta a pochi passi, ma la catena lo trattiene.

Allora sussurra in un barrito soffocato: “Mamma!”
——
Tratto da:
http://www.agireora.org/info/news_dett.php?id=1305&

Una visita allo zoo

Aveva promesso di portarlo a vedere la scimietta, il leone, la tigre e gli altri animali, il rinoceronte, l’orso, l’elefante, che aveva visto solo nei cartoni animati e nei filmati della televisione.

C’era una gran folla quella domenica mattina allo zoo, e tanti bambini, il sole e un’aria festosa, e chi comprava le noccioline per le giraffe e l’elefante, chi i palloncini colorati che un venditore offriva, chi si metteva in fila per carezzare il cucciolo di un leone che un uomo teneva in braccio. Ma mentre lui e il bambino, tenendosi per mano si spostavano da una gabbia all’altra, pensò: come sono tristi, oggi, gli animali dello zoo, e tutti, proprio tutti, come si annoiano!

Si erano fermati davanti alla gabbia della tigre e del leone. Com’erano bellì! Doveva essere terribile, una cosa inimmaginabile, ripetere su e giù, nello spazio ristretto, per mesi, per anni, sempre gli stessi passi. Un’animale, ancor più di un uomo, in quelle condizioni deve desiderare solo di morire. In un uomo, nei più segreti recessi della sua anima, cova sempre la speranza, anche nei casi più disperati, che tutto possa cambiare per un’evento imprevedibile. Ma un animale quale evento può immaginare?

Un animale vive solo nel presente, per lui il presente è eterno, è l’eternità. Ma forse gli animali dello zoo quel giorno non erano solo annoiati, erano disperati e volevano morire. Aveva pensato che si annoiavano perché tutti, proprio tutti, sbadigliavano. Sbadigliava il leone e sbadigliava la tigre nella gabbia accanto, sbadigliava nel suo laghetto l’ippopotamo e pareva volesse inghiottire il mondo intero in uno sbadiglio, sbadigliava l’elefante alzando la proboscide, sbadigliavano le scimmie mostrando le gengive rosa e i denti gialli, sbadigliavano tutti, disperati e col desiderio di morire.

Quando lui e il bambino si erano avvicinati alla gabbia del leone e della tigre, il nobile portamento e l’altera occhiata distratta che li aveva raggiunti, li avevano intimoriti. E lui come si era sentito vile, meschino, davanti alla dignità e alla bellezza dei due animali, così pieni di forza e di splendore e così umiliati dietro le sbarre!

Avrebbe voluto che anche il bambino se ne rendesse conto, ma il bambino c’era arrivato da solo, perché aveva pronunciato non parole di meraviglia, guardando i due animali, ne aveva gridato di entusiasmo come gli altri bambini che s’erano avvicinati alle gabbie, ma aveva detto, alzando gli occhi verso di lui, solo una parola: andiamocene!

Raffaele La Capria

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Anche gli animali meritano soccorsi

Decine di cani e gatti feriti fra le macerie Anche gli animali meritano soccorsi

Di fronte alle calamità naturali ci sentiamo a disagio se chiediamo aiuto per loro. Ma è un errore

Quando si affronta una calamità naturale che porta a morte disagi e sconforto in una popolazione, si ha una certa ritrosia a occuparsi degli animali e della loro sorte, perché a qualcuno potrebbe sembrare un fenomeno del tutto marginale nei confronti delle tragiche vicende umane.

E invece è sbagliato, profondamente sbagliato, sia dal punto di vista etico che di quello della pura e semplice cronaca. Il problema degli animali esiste, siano essi d’affezione o d’interesse zootecnico ed è giusto che una parte dei servizi di soccorso si prendano cura anche di questo aspetto. La catastrofe provocata in Louisiana e Mississippi dall’uragano Katrina causò la morte di un numero ancora ignoto d’animali, selvatici e domestici. C’è un racconto, su un tabloid americano, che colpisce chi ha un minimo di sensibilità.

Una famiglia stava abbandonando la propria casa, ormai invasa dall’acqua. La lancia di salvataggio era strapiena e non c’era posto per il cane. Lo hanno portato al secondo piano e gli hanno lasciato tutto il cibo e l’acqua che potevano. Quando, dopo giorni, sono tornati all’abitazione il primo pensiero è stato per il cane che li aspettava scodinzolando tra le ciotole vuote. Chi ha cani, gatti o altri animali sa di cosa scrivo. Scrivo di quell’affetto che ci lega a loro, anche e soprattutto nella cattiva sorte.

Ero giovane nel luglio del 1971 quando, alle tre del mattino, la terra ci fece ballare per un tempo che sembrava eterno. Mio padre era all’estero. Nel palazzo sentivo le urla dei siciliani (vecchi lupi di attività sismiche) che scendevano le scale al buio e quelli di mia madre che incitava me e mia sorella a uscire. Ma non trovavo Rocky, il nostro cocker, ed erano ormai tutti ai giardini pubblici quando lo scovai sotto un armadio e lo presi in braccio. Non sarei mai uscito senza di lui.

Questo capita anche oggi, quando la gente costretta ad abbandonare le case, non se la sente di lasciare il cane o il gatto e lo porta con sé nei punti di soccorso. I servizi veterinari pubblici, oltre a garantire lo stato delle derrate alimentari e l’igiene dei campi di profughi, si prende giusta cura anche di questo aspetto, perché, fin dove possibile, sarebbe crudele e dannoso aggiungere angoscia ad angoscia. Oltre agli affetti perduti c’è anche da pensare che cani sbandati, feriti e affamati potrebbero diventare pericolosi per l’incolumità pubblica. Motivo di più per soccorrerli e alloggiarli.

Ieri vedevo in TV le immagini dei Vigili del Fuoco che traevano in sicurezza una dozzina di mucche, da una stalla pericolante. Credo di non dover chiedere scusa a nessuno se mi soffermo a riflettere sulle migliaia di animali che percepiscono le vibrazioni sismiche, e la morte, molto prima di noi. Purtroppo hanno una solida catena al collo che non gli consente la fuga. E siamo noi, ad averla messa.

di Oscar Grazioli – 30 maggio

Fonte: IlGiornale.it

La storia di un bambino peruviano e di Milo

LIMA – Povero in canna, sordomuto, ma benefattore: la storia di un bambino peruviano sta commuovendo il web oltreoceano.

Rosemary Underhay, una volontaria che presta servizio presso l’associazione animalista peruviana Vida Digna, è rimasta molto sorpresa quando nella fila di circa 200 persone in attesa al freddo, per sottoporre i loro animali domestici a un programma di cure veterinarie gratuite, ha scorto una coppia impossibile da ignorare composta da un bambino di circa quattro anni e un cagnolino che non avrebbe potuto essere più malandato.

Quando ha cercato di comunicare col bambino, Rosemary ha scoperto che era sordomuto ma in grado ugualmente di farle capire che il cane era un randagio e che qualcuno lo aveva ustionato con acqua bollente per scoraggiarlo dall’entrare nei negozi. Il bimbo aveva medicato il cane come poteva, ma poi aveva pensato che i volontari di Vida Digna se ne sarebbero presi cura meglio di lui.

I veterinari hanno subito disinfestato dai parassiti, sfamato e curato la bestiola e oggi Milo, come è stato ribattezzato, è così in forma che una famiglia benestante lo ha voluto adottare subito. Milo non è infatti finito in casa del suo piccolo salvatore, come sarebbe logico pensare.

Nei due mesi in cui si sono presi cura del cane, i volontari e i veterinari hanno infatti scoperto che il misterioso bambino fa parte di una comunità dei sobborghi di Lima così povera da vivere di stenti, senza la possibilità di frequentare una scuola, tantomeno di mantenere un animale domestico.

Questo non gli però ha impedito di tornare regolarmente all’ambulatorio per seguire i progressi del cane, ridendo e scherzando con i volontari per tutto quel tempo. E forse, di rallegrarsi per aver regalato almeno al suo amico quattrozampe quel bel futuro che oggi meriterebbe tanto anche lui.

Debora Attanasio

Leggo.it

Un anno di dariavegan

Un anno oggi si, esattamente l’8 maggio 2011 è nato dariavegan-INFO dal mondo vegan.

dariavegan nasce con lo scopo di dare visibilità a ciò che accade nel mondo vegan… per dare un piccolo contributo a chi ha scelto lo stile di vita vegan.

In effetti, nell’arco di questo anno sono stati pubblicati oltre di 500 articoli, tra: eventi, comunicati stampa, news, adozioni, corsi, seminari, attivismo, interviste… ecc

La maggior parte di questi articoli riguarda segnalazioni che arrivano da singoli e da associazioni, inerenti al mondo vegan.  A questo proposito invito  a continuare a segnalare le info all’indirizzo email di dariavegan: [email protected].

dariavegan è a disposizione del veganismo e vi rimarrà fino a che avrà vita.

Per l’occasione, insieme ad un paio di mie carissime amiche, abbiamo festeggiato al ristorante vegano Bioheaven a Esenta di Lonato del Garda (BS).

Renato, proprietario e cuoco vegan del ristorante, ci ha preparato un pranzo buonissimo, buon cibo vegan in un posto tranquillo e accogliente.

Colgo l’occasione per ringraziare tutti quelli che seguono dariavegan e che attraverso visite, commenti e segnalazioni al blog, hanno contribuito a farlo crescere giorno per giorno.

Ma soprattutto hanno contribuito a dar voce a chi non ha voce, a far conoscere la realtà in cui vivono gli animali… il loro sfruttamento, l’umiliazione, la sofferenza, la crudeltà atroce che si cela dietro a qualsiasi prodotto di origine animale.

Grazie a tutti e continuiamo così, non smettiamo mai di informare e di far conoscere queste realtà. Perchè soltanto conoscendo la realtà si arriva alla consapevolezza che, tutti gli esseri viventi senzienti hanno diritto di vivere la propria esistenza e ad essere rispettati.

Grazie,
Daria Mazzali
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dariavegan
[email protected]
http://dariavegan.wordpress.com

Progetto “Pecoranera” di Devis Bonanni

Devis Bonanni, 27 anni della provincia di Udine. Devis ha lasciato il lavoro di tecnico informatico per creare, nel suo paese di origine, un eco villaggio: il “Progetto Pecora Nera”.

Si licenzia dall’impiego come tecnico informatico e si trasferisce in una casetta prefabbricata riscaldata da una stufa a legna per dedicarsi a tempo pieno a quella che battezza “vita frugale”.

A 24 ha deciso di cambiare la propria vita. Prima ha lasciato un buon lavoro da tecnico informatico, poi una bella cameretta nella casa di famiglia, una macchina e la tv. Ha deciso di andare a vivere in una baita nelle montagne sopra Udine. Terra aspra e non certo accomodante. Ha chiamato il suo appezzamento di terreno “Pecoranera”, lo stesso soprannome con cui lo indicavano in paese quando era adolescente. Ha iniziato a coltivare la terra, a vivere dei suoi frutti e a muoversi solo in bici. Dice di essere diventato vegetariano.

“La Natura non ha bisogno di salvatori. L’umanità brulicante sulla sua crosticina è una lieve influenza in confronto alla potenza vitale del Pianeta Terra. Al massimo ci scrollerà di dosso estendendo un paio di deserti, innalzando gli oceani e scatenando qualche uragano. Qualche specie andrà estinta e pazienza se anche l’homo sapiens andrà perduto o decimato. Vivere in simbiosi, seppur parziale, con la Natura apporta un beneficio per il nostro corpo in termini di benessere e serenità, consentendogli di ritrovare quella connessione che solo recentemente è stata recisa. Fare l’orto è terapeutico oltre che utile, percorrere le geometrie degli ortaggi ci dona una visione privilegiata sul palcoscenico più grande, quello fatto di mari, monti , fiumi e pianure”.

“Stare in solitudine significa stare in compagnia di sé stessi. Per dirla alla Thoreau: «Non ho mai trovato miglior compagno che la solitudine». Bisogna star bene con se stessi per stare da soli. L’isolamento è invece la distanza che ci separa dagli altri quando vorremmo comunicare. In montagna è una distanza fisica, in città può essere sociale, per tutti può essere psicologica. Chi è abituato a stare in città, ed avere tanti corpi estranei attorno, sale in montagna e si lamenta dell’isolamento. Questo mi pare molto buffo perché quando mi reco in città sento le persone, che mi camminano a fianco su un marciapiede, molto più estranee degli alberi di un bosco. Per costituzione sono un solitario e finisco spesso a lamentarmi delle gente che mi sta tra i piedi. Non per supponenza ma perché l’interazione col prossimo mi sfinisce e devo prenderla a piccole dosi. Stare solo, viceversa, mi consola, mi concilia e mi ricarica”.

A che punto sono

Come Thoreau, nei suoi due anni di vita nei boschi, ho iniziato quest’avventura per verificare se fosse possibile vivere altrimenti. Auto-produrre buona parte del cibo di cui ho bisogno, muovermi con mezzi alternativi all’automobile, riscaldare la casa con la legna e compiere tutte quelle scelte che sono annoverate tra le abitudini del bravo ecologista.
In parte sento di esserci riuscito anche se non mancano incoerenze e piccole storture.

Resta da chiudere il cerchio in fatto di soldi, come guadagnare quei pochi di cui ho inevitabilmente bisogno? Ad oggi sono combattuto tra la possibilità di creare una piccola azienda agricola e l’opzione di trovarmi qualche lavoretto extra. Nel frattempo mi faccio bastare i soldi che mi sono guadagnato nei cinque anni da tecnico informatico.

Vivo in una casa di proprietà dei miei genitori che sta in paese, a portata di piede, mentre la piccola casetta in legno che ho abitato per due anni è ora un pied-a-terre agricolo per me e mensa e dormitorio disposizione degli ospiti.

Un altro punto in sospeso è la possibilità di condividere il progetto con altre persone. Per molto tempo l’ho sentito come il naturale sbocco della mia iniziativa ma quando c’è stata la possibilità di “fare assieme” ho verificato tutti i miei limiti personali, al di la delle buone intenzioni e delle facili dichiarazioni. Perciò al momento sono un lupo solitario con tanti interrogativi su un futuro condiviso.

L’intento rimane comunque quello di collaborare nel lavoro dei campi, di essere un porto sempre aperto a chi ha tempo e voglia di passare da queste parti per creare connessioni anche solo occasionali nei nostri personali percorsi umani.

Il 7 marzo 2012 è uscito il suo libro: “Pecoranera Un ragazzo che ha scelto di vivere nella natura”
http://www.marsilioeditori.it/component/marsilio/libro/3171181-pecoranera/

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Riferimenti:
http://www.voglioviverecosi.com/index.php?appuntamenti-periodici-con-esperti-di-cambiamento-lavoro-investimenti-all-estero-viaggi_267/storie-di-persone-che-hanno-scelto-di-muoversi-in-luoghi-indefiniti_774/intervista-con-devis-bonanni-sulla-sua-vita-improntata-sulla-decrescita-e-autoproduzione_1026/

http://www.progettopecoranera.it/index.php

Per Info:
[email protected]
http://www.progettopecoranera.it/

video:
http://vimeo.com/33020277