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Dolci VegAnic

Cucina VegAnic – Dolci VegAnic

Milano – 11 Dicembre

Con una alimentazione da fast food fatta di piatti pronti, surgelati e riscaldati, prodotti conservati in scatola, snack e panini a base di cibi spazzatura, pieni di grassi saturi o di dubbia provenienza, si è perso il piacere di preparare piatti veramente sani e gustosi e con fantasia.

L’A.N.I.C.- Alimentazione Naturale Integrale Consapevole è un sistema di nutrizione rispettoso dell’ambiente e scientificamente bilanciato per le esigenze dell’uomo. Si utilizzano cibi esclusivamente vegetali e preferibilmente biologici. Grande importanza viene data ai cibi crudi, alla rotazione degli alimenti, ai modi e ai tempi di cottura ed alle combinazioni alimentari.

L’A.N.I.C. ripristina inoltre le percezioni istintive e i campanelli di allarme del corpo, consentendo alla persona di relazionarsi al cibo in modo naturale e amorevole, abbandonando dipendenze, manie ed attaccamenti ossessivi. Questo sistema di nutrizione garantisce qualità ed alto livello di energia apportando un immediato e duraturo vantaggio in termini di salute e benessere.

Il corso di cucina VegAnic risponde all’esigenza di far conoscere e provare praticamente, gli alimenti naturali ed integrali attraverso la preparazione di numerose ricette semplici, veloci e gustose.

Modulo in programma:  Dolci VegAnic

ALTRI MODULI IN PROGRAMMA
Cucinare i cereali e i legumi
Cereali e legumi germogliati fai da te, salsine sfiziose e polveri di sapore

I moduli sono indipendenti e non sono richiesti prerequisiti per la frequentazione.

Il partecipante al termine del corso acquisirà la capacità di preparare cibi vegani/vegetariani per sé e per eventuali ospiti a casa, riscoprendo in se stesso le qualità e l’amore di “un saggio yogi” in cucina.

Docente:
Denise Nobili
Assistente del Dott. Michele Riefoli per il Metodo Ecologia dell’Organismo, esperta di cucina naturale.

Milano – 11 Dicembre (Domenica)

Sede del corso: Coscienza e Salute – Via Desenzano, 8 (MM1 GAMBARA)

Orario del corso: 14.30/18.00

Tel. 0248712963
info@coscienzasalute.it

Nutrizione vegan e studi di popolazione

NUTRIZIONE VEGAN E STUDI DI POPOLAZIONE

DI CARLO MARTINI
Scritto per ComeDonChisciotte.org ed InformazioneAlimentare.it
… e, gentilmente concesso a dariavegan

All’interno della ricerca bio-medica, una delle tipologie di indagine più rinomate è costituita dagli studi prospettici di coorte, ossia quelli che seguono per un certo periodo di tempo (idealmente alcuni decenni) determinati gruppi di popolazione che presentino caratteristiche omogenee ed un buono stato di salute all’inizio della ricerca, per poi correlarne specifiche abitudini di vita con il rischio (ossia l’incidenza effettiva o la mortalità) di svariate patologie attraverso l’analisi statistica dei dati.

Per quanto riguarda i vegetariani stretti (vegan) i primi studi di questo tipo con campioni veramente significativi sono attualmente in corso: uno in gran Bretagna, l’altro in Nord America. Riassumiamo di seguito i risultati ottenuti fin’ora.

GRAN BRETAGNA: EPIC-OXFORD

Partecipanti: 65.000 complessivi, 24.987 vegetariani, 2.162 vegan

Note: Facente parte della European Perspective Investigation Into Cancer (http://epic.iarc.fr/)

Sito ufficiale: http://www.epic-oxford.org/home/

A confronto con onnivori, pescetariani e latto-ovo-vegetariani, ed al netto di tutti gli aggiustamenti statistici del caso (età, genere sessuale, livello educativo, attività fisica, fumo, consumo di alcool etc) i vegan risultano il gruppo sociale con i più bassi livelli di:

– Sovrappeso ed obesità (Spencer, 2002)
– Costipazione (Sanjoaquin, 2004)
– Ipertensione (Appleby, 2002)
– Cataratta (Appleby, 2011)
– Diverticolite (Crowe, 2011)

Appleby PN, Davey GK, Key TJ. Hypertension and blood pressure among meat eaters, fish eaters, vegetarians and vegans in EPIC-Oxford. Public Health Nutr. 2002 Oct;5(5):645-54.
Appleby PN, Allen NE, Key TJ. Diet, vegetarianism, and cataract risk. Am J Clin Nutr. 2011 May;93(5):1128-35. Epub 2011 Mar 23.
Crowe FL, Appleby PN, Allen NE, Key TJ. Diet and risk of diverticular disease in Oxford cohort of European Prospective Investigation into Cancer and Nutrition (EPIC): prospective study of British vegetarians and non-vegetarians. BMJ. 2011 Jul 19;343:d4131. doi: 10.1136/bmj.d4131.
Sanjoaquin MA, Appleby PN, Spencer EA, Key TJ. Nutrition and lifestyle in relation to bowel movement frequency: a cross-sectional study of 20630 men and women in EPIC-Oxford. Public Health Nutr. 2004 Feb;7(1):77-83.
Spencer EA, Appleby PN, Davey GK, Key TJ. Diet and body mass index in 38000 EPIC-Oxford meat-eaters, fish-eaters, vegetarians and vegans. Int J Obes Relat Metab Disord. 2003 Jun;27(6):728-34.

Malattie cardiovascolari. Ad oggi non c’è stato ancora un numero sufficiente di decessi per poter separare il gruppo dei vegan da quello più generale dei vegetariani, che comunque presentano una ridotta mortalità per malattia ischemica (Key, 2009). E’ vero che, numericamente, i dati non hanno raggiunto la significatività statistica, ma essendo ampiamente compatibili con precedenti studi prospettici sui vegetariani (Key 1999, Chang-Claude 2005), i ricercatori del progetto non hanno esitato a definirli “potenzialmente di grande importanza per la salute pubblica”.

Chang-Claude J, Hermann S, Eilber U, Steindorf K. Lifestyle determinants and mortality in German vegetarians and health-conscious persons: results of a 21-year follow-up. Cancer Epidemiol Biomarkers Prev. 2005 Apr;14(4):963-8.
Key TJ, Fraser GE, Thorogood M, Appleby PN, Beral V, Reeves G, Burr ML, Chang-Claude J, Frentzel-Beyme R, Kuzma JW, Mann J, McPherson K. Mortality in vegetarians and nonvegetarians: detailed findings from a collaborative analysis of 5 prospective studies. Am J Clin Nutr. 1999 Sep;70(3 Suppl):516S-524S.
Key TJ, Appleby PN, Spencer EA, Travis RC, Roddam AW, Allen NE. Mortality in British vegetarians: results from the European Prospective Investigation into Cancer and Nutrition (EPIC-Oxford). Am J Clin Nutr. 2009 May;89(5):1613S-1619S. Epub 2009 Mar 18.

Cancro. Quanto ai tumori, anche in questo caso non è ancora stato possibile separare il gruppo dei vegan da quello dei vegetariani. Questi ultimi, presi nel loro insieme, presentano un minor rischio per i tumori di stomaco, vescica e tessuti linfatici ed emato-poietici, nello specifico il mieloma multiplo ed il linfoma non-Hodgkin (Key, 2009). I livelli di alcuni marker biochimici riscontrati nei vegan ma non negli altri vegetariani (le basse concentrazioni di IGF-1 e gli elevati livelli di IGFBP-1/2, ormoni legati alla proliferazione cellulare) sono incoraggianti, soprattutto rispetto al rischio di tumori della prostata e della mammella (Allen 2000 & 2002).

Allen N. E., Appleby P. N., Davey G. K., Key T. J. Hormones and diet: low insulin-like growth factor I but normal bioavailable androgens in vegan men. Br. J. Cancer, 83: 95-97, 2000.
Allen NE, Appleby PN, Davey GK, Kaaks R, Rinaldi S, Key TJ. The associations of diet with serum insulin-like growth factor I and its main binding proteins in 292 women meat-eaters, vegetarians, and vegans. Cancer Epidemiol Biomarkers Prev. 2002 Nov;11(11):1441-8.
Key TJ, Appleby PN, Spencer EA, Travis RC, Allen NE, Thorogood M, Mann JI. Cancer incidence in British vegetarians. Br J Cancer. 2009 Jul 7;101(1):192-7. Epub 2009 Jun 16.

Gli errori di alcuni vegan

Vitamina B12. Per via di una perdità della capacità di assorbimento in numerosi anziani, lo Institute of Medicine – organizzazione i cui DRI (Dietary Reference Intake) vengono presi come riferimento a livello internazionale – consiglia a tutte le persone oltre i 50 anni di assumere la maggior parte della propria vitamina B12 (cobalamina) con supplementi o cibi fortificati (IOM, 1998). Poichè la vitamina B12 è un prodotto della sintesi batterica che le odierne pratiche igieniche eliminano dalle acque e dai cibi vegetali, per i vegan la questione non dipende dall’età e l’integrazione risulta necessaria in ogni caso. Nonostante l’assoluto consenso scientifico sulla questione, e le raccomandazioni anche di famose organizzazioni britanniche come la Vegan Society, l’81 % dei vegan nell’EPIC-Oxford non utilizza supplementi, con il prevedibile risultato che oltre la metà ne risulta carente (Gilsing, 2010), mettendo a rischio la portata degli effetti cardio e neuro-protettivi della propria dieta.

Food and Nutrition Board, Institute of Medicine. Dietary Reference Intakes: Thiamin, Riboflavin, Niacin, Vitamin B6, Folate, Vitamin B12, Pantothenic Acid, Biotin, and Choline”. Food and Nutrition Board, Institute of Medicine. Washington, DC: National Academy Press. 1998
Gilsing, AMJ, Crowe, FL, Lloyd-Wright, Z, Sanders, TAB, Appleby, PN, Allen, NE, Key, TJ. Serum concentrations of vitamin B12 and folate in British male omnivores, vegetarians and vegans: Results from a cross-sectional analysis of the EPIC-Oxford cohort study. Eur J Clin Nutr. 2010; 64 (9):933-9
The Vegan Society. What Every Vegan Should Know About Vitamin B12, 1st edition October 31st 2001.

Calcio. Nell’Epic-Oxford, solo il 55 % dei vegan assumeva almeno 525 mg/d di calcio, e quelli al di sotto di questa soglia sono risultati a maggior rischio di fratture ossee (Appleby, 2007). Secondo un’analisi successiva dei dati (indipendente dal gruppo alimentare), l’aumentato rischio di fratture era limitato alle sole donne (Key, 2007). In ogni caso, è importante che tutti i vegan inseriscano nella propria dieta fonti affidabili di calcio. Qualche esempio di cibi particolarmente ricchi: vegetali a foglia verde scuro (con l’esclusione di quelli ricchi in ossalati, come gli spinaci), crema di mandorle, semi di sesamo, tahin, latti vegetali o succhi d’arancia fortificati, melassa nera, carruba, acque minerali calciche, fichi secchi, tofu (in particolare quello preparato con solfato di calcio), tempeh, edamame, ceci, fagioli cannellini, fagioli neri. Per un elenco più completo: http://www.vegpyramid.info/extern_tabs/tab_varie/calcio-tab2.htm

Appleby P, Roddam A, Allen N, Key T. Comparative fracture risk in vegetarians and nonvegetarians in EPIC-Oxford. Eur J Clin Nutr. 2007 Dec;61(12):1400-6. Epub 2007 Feb 7.
Key TJ, Appleby PN, Spencer EA, Roddam AW, Neale RE, Allen NE. Calcium, diet and fracture risk: a prospective study of 1898 incident fractures among 34 696 British women and men. Public Health Nutr. 2007 Nov;10(11):1314-20.
USDA National Nutrient Database for Standard Reference, http://www.nal.usda.gov/fnic/foodcomp/search/

STATI UNITI e CANADA: ADVENTIST HEALTH STUDY 2

Partecipanti: 96.000 complessivi, 26.880 vegetariani, 7.680 vegan

Note: Successore dello Adventist Health Study 1 che, tra gli Avventisti del Settimo Giorno, aveva già riscontrato i vegetariani a minor rischio di malattia ischemica, tumori della prostata e del colon-retto, ipertensione, diabete mellito di tipo 2, artrite reumatoide e demenza senile (Fraser, 1999).

Sito ufficiale: http://www.llu.edu/public-health/health/index.page

I vegetariani in generale sono a minor rischio di sindrome metabolica (Rizzo, 2011) ed hanno una migliore salute psicologica (Beezhold, 2010). I vegan, comparati con onnivori, pescetariani e latto-ovo-vegetariani, e al netto di tutti gli aggiustamenti statistici (per altro, in un gruppo di popolazione che rispettando le indicazioni della Chiesa Avventista tende ad avere uno stile di vita particolarmente equilibrato), risultano il gruppo a minor rischio di:

– Sovrappeso ed obesità (Tonstad, 2009)
– Ipertensione (Fraser, 2009)
– Diabete mellito di tipo 2 (Tonstad, 2011)

Purtroppo, non sono ancora disponibili dati su malattie cardiovascolari e cancro.

Beezhold BL, Johnston CS, Daigle DR. Vegetarian diets are associated with healthy mood states: a cross-sectional study in seventh day adventist adults. Nutr J. 2010 Jun 1;9:26.
Fraser GE. Associations between diet and cancer, ischemic heart disease, and all-cause mortality in non-Hispanic white California Seventh-day Adventists. Am J Clin Nutr. 1999 Sep;70(3 Suppl):532S-538S.
Fraser GE. Vegetarian diets: what do we know of their effects on common chronic diseases? Am J Clin Nutr. 2009 May;89(5):1607S-1612S. Epub 2009 Mar 25. Review. Erratum in: Am J Clin Nutr. 2009 Jul;90(1):248.
Rizzo NS, Sabaté J, Jaceldo-Siegl K, Fraser GE. Vegetarian dietary patterns are associated with a lower risk of metabolic syndrome: the adventist health study 2. Diabetes Care. 2011 May;34(5):1225-7. Epub 2011 Mar 16.
Tonstad S, Stewart K, Oda K, Batech M, Herring RP, Fraser GE. Vegetarian diets and incidence of diabetes in the Adventist Health Study-2. Nutr Metab Cardiovasc Dis. 2011 Oct 7.

DALL’EPIDEMIOLOGIA ALLE POSIZIONI UFFICIALI

Negli Stati Uniti, ancora prima che venissero pubblicati diversi degli studi qui riportati, l’American Dietetic Association dichiarava che “le diete vegetariane correttamente pianificate, comprese le diete totalmente vegetariane o vegane, sono salutari, adeguate dal punto di vista nutrizionale, e possono conferire benefici per la salute nella prevenzione e nel trattamento di alcune patologie” (Craig, 2009). Analogamente, il Center for Nutrition Policy and Promotion afferma che “In studi prospettici di adulti, i modelli alimentari vegetariani, comparati con modelli alimentari non-vegetariani, sono stati associati a migliori risultati per la salute – minori tassi di obesità, un ridotto rischio di malattie cardiovascolari, e una minore mortalità complessiva” (CNPP, 2010).

Qui in Italia, invece, non possiamo che provare ilarità verso le affermazioni dell’INRAN (Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione) che arriva a scrivere “Una dieta vegetariana si può scegliere perché piace di più, oppure per motivi religiosi, morali, ambientali. È bene, però, tenere presente che non è una dieta più sana, anzi”, per poi aggiungere “Anche se mangiare troppa carne può aumentare il rischio di diverse patologie (malattie cardiovascolari e alcuni tumori, ad esempio), nessuna dieta vegetariana ha fino a oggi dimostrato di proteggerci davvero dalle malattie più di quanto non faccia una dieta onnivora equilibrata”. Affermazioni che ci dicono qualcosa su quali siano i reali obbiettivi dell’INRAN, che non sembrano per nulla volti alla ricerca e divulgazione scientifica disinteressate, quanto piuttosto al mantenimento di ideologie antropocentriche, nonchè alla preservazione degli interessi economici costruiti sullo sfruttamento animale e la speculazione dell’industria medica.

Craig WJ, Mangels AR; American Dietetic Association. Position of the American Dietetic Association: vegetarian diets. J Am Diet Assoc. 2009 Jul;109(7):1266-82.
Center For Nutrition Policy and Promotion, Dietary Guidelines for Americans 2010, Chapter 5 – Building Healthy Eating Patterns
INRAN, La dieta vegetariana, http://www.sapermangiare.mobi/31/per_saperne_di_piu/la_dieta_vegetariana.htm

Carlo Martini
http://www.comedonchisciotte.org/ & http://www.informazionealimentare.it/
(29.11.2011)

NOTE:
1. Ovviamente, gli studi prospettici non fanno altro che riportare quello che è tipico di un determinato gruppo sociale. In realtà, come dimostrato da svariati studi clinici (come quelli condotti presso il Preventive Medicine Research Institute) le potenzialità della diete vegan opportunamente calibrate si estendono oltre la prevenzione, fino al trattamento e la possibilità di regressione di patologie degenerative come quelle cardiovascolari o il tumore della prostata, ma questo sarà l’argomento di articoli successivi.

2. Per correttezza metodologica, ricordiamo che alcune delle pubblicazioni di cui sopra si basano su analisi cross-sectional, che da sole non proverebbero causalità, sebbene questa risulti altamente probabile considerando il complesso delle pubblicazioni sul vegetarismo.

“Notizie flash” divulgate dal PCRM

Riportiamo due “notizie flash” divulgate dal PCRM, l’associazione di medici statunitensi per una medicina responsabile, sul tema dei danni alla salute umana del consumo di uova e latticini. Si tratta delle conclusioni di due studi pubblicati di recente.

*Consumo di uova associato al cancro*

Il consumo di uova e’ associato allo sviluppo del cancro alla prostate, secondo un nuovo studio finanziato dall’Istituto Nazionale per la Salute statunitense. Consumando due uova e mezza in media la settimana, gli uomini che hanno partecipato a questo studio di popolazione hanno aumentato dell’81% il loro rischio di sviluppare una forma mortale di cancro alla prostata, in confronto a coloro che hanno consumato meno di mezzo uovo la settimana.

I ricercatori hanno seguito un gruppo di 27.607 uomini che erano parte di uno studio di popolazione (“Health Professionals Follow-up Study”) eseguito tra il 1994 e il 2008.

Inoltre, per gli uomini che avevano gia’ avuto un cancro alla protestata, mangiare pollame e carne rossa trasformata ha aumentato il loro rischio di morte.

Reference dello studio:
Richman EL, Kenfield SA, Stampfer MJ, Giovannucci EL, Chan JM. Egg, red meat, and poultry intake and risk of lethal prostate cancer in the prostate specific antigen-era: incidence and survival. Cancer Prev Res. Published ahead of print September 19, 2011;
DOI:10.1158/1940-6207.CAPR-11-0354.

Fonte:
PCRM, Eating Eggs Linked to Cancer, 3 ottobre 2011
http://www.pcrm.org/health/medNews/eating-eggs-linked-to-cancer

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*Lo yogurt della mamma mette il bambino a rischio di asma*

Le donne in gravidanza che mangiano yogurt possono mettere il loro futuro bambino a rischio di asma, secondo una nuova ricerca svolta in Danimarca.

Il consumo di yogurt a basso contenuto di grassi durante la gravidanza e’ risultato infatti associato allo sviluppo di asma e rinite allergica nel bambino di 7 anni. E’ stato riscontrato che, rispetto ai figli di madri che non ne consumavano, i figli di madri che durante la gravidanza avevano consumato yogurt magro presentavano un rischio di presentare asma allergico maggiore di circa il 60%; il rischio di presentare rinite allergica era ancora maggiore, del 182%.

Per contro, il consumo totale di latte è risutato in grado di ridurre debolmente il rischio di asma (del 22%). Pertanto, secondo gli Autori, alcune componenti non-grasse presenti nello yogurt potrebbero essere responsabili di questa correlazione.

I dati sono stati ricavati dallo studio di popolazione “Danish National Birth Cohort”, che comprende 61.912 donne.

Reference dello studio:
Maslova E, Halldorsson TI, Stom M, Olsen SF. Low-fat yoghurt intake in pregnancy associated with increased child asthma and allergic rhinitis risk: a prospective cohort study. Poster presented as part of the European Respiratory Society’s Annual Congress, Amsterdam, Netherlands, 25 September 2011.

Fonte:
PCRM, Mom’s Yogurt Puts Baby at Risk for Asthma, 3 ottobre 2011
http://www.pcrm.org/health/medNews/moms-yogurt-puts-baby-at-risk-for-asthma

Societa’ Scientifica di Nutrizione Vegetariana

http://www.scienzavegetariana.it/

Menu vegan a scuola a Genova

Un esempio da seguire per chi deve combattere con responsabili delle mense poco aperti.

Riportiamo la testimonianza di una coppia di Genova che ha trovato inizialmente delle difficoltà a far riconoscere la loro scelta di menu vegano per la loro figlia che frequenta le elementari, ma che alla fine han fatto valere le proprie ragioni.

La testimonianza può essere utile per altri genitori che incontrassero problemi nel farsi riconoscere questo diritto nella scuola che i propri figli frequentano. Inoltre il menu fornito può servire da esempio per altre mense.

Chi volesse mettersi in contatto con i genitori che hanno ottenuto questo menu, scriva a info@scienzavegetariana.it, daremo in privato la loro email.

Testimonianza

A partire dall’anno scolastico 2011/2012, il servizio di ristorazione scolastica del Comune di Genova ha finalmente riformulato il menù “vegetariano” che negli anni scorsi prevedeva 1/2 volte a settimana il pesce, rendendolo realmente vegetariano e disponibile su richiesta per le scuole materne/primarie/secondarie di I grado.

Altri menù etici sono disponibili previa autorizzazione di un comitato tecnico/scientifico.

A tal proposito desideriamo rendere noto che dopo diversi mesi, dopo decine di incontri con il personale del comune e decine di mail (spesso con risposte tese a dissuadere i genitori dal continuare a chiedere un menù alternativo e paventando gravi danni per la salute della figlia) è stato erogato un menù VEGANO, nutrizionalmente equilibrato e non monotono basato su pochi cibi, per una bambina che frequenta la seconda elementare.

Il menù, che riportiamo di seguito, è nominativo, ma considerato il lungo percorso che ha portato al suo ottenimento, ci rendiamo disponibili per dare informazioni ad altri genitori che ne avessero bisogno o avessero bisogno di supporto per presentare la richiesta.

Ecco il menu elaborato e approvato:

I settimana
Lunedì: pasta all’olio extravergine di oliva, fagioli borlotti lessati, carote in insalata, nettare di frutta.
Martedì: pasta al sugo di pomodoro, cotoletta vegetale ai ferri, patate lessate, frutta fresca.
Mercoledì: pizza rossa senza formaggio, tofu, insalata verde, frutta fresca.
Giovedì: riso all’olio extravergine di oliva, piselli stufati, carote lessate, frutta fresca.
Venerdì: minestra di verdura con pasta, lenticchie verdi in umido, carote saltate oppure pomodori in insalata (d’estate), frutta fresca.

II settimana
Lunedì: minestra di patate e porri con pasta, piselli stufati, insalata verde, frutta fresca.
Martedì: pasta al pesto senza parmigiano, cotoletta vegetale, zucchine lessate, frutta fresca.
Mercoledì: pasta all’olio extravergine di oliva, tofu, bietole saltate, frutta fresca.
Giovedì: pasta all’olio extravergine di oliva ed erbette, fagioli borlotti lessati, carote in insalata, frutta fresca.
Venerdì: riso al pomodoro, lenticchie al pomodoro, patate lessate, frutta fresca.

III settimana
Lunedì: pasta al ragù vegetale, tofu, patate lessate, frutta fresca.
Martedì: risotto allo zafferano, fagioli lessati, finocchi o pomodori in insalata, frutta fresca.
Mercoledì: polenta all’olio extra vergine di oliva oppure pasta, piselli stufati, insalata verde, frutta fresca.
Giovedì: minestra di verdura con crostini, cotoletta vegetale ai ferri, carote in insalata, mousse di frutta mista.
Venerdì: pasta al pesto senza parmigiano, lenticchie in umido, insalata verde e mais, frutta fresca.

IV settimana
Lunedì: crema di legumi con pasta oppure minestra primaversa con pasta, fagioli borlotti lessati, insalata verde, frutta fresca.
Martedì: pasta al pomodori, lenticchie in umido, carote in insalata, frutta fresca.
Mercoledì: pasta all’olio extra vergine di oliva, cotoletta vegetale ai ferri, verza o pomodori insalata, frutta fresca.
Giovedì: pasta al pesto senza parmigiano, tofu, patate al forno, frutta fresca.
Venerdì: pasta al pomodoro, piselli in umido con pomodoro, carote lessate, frutta fresca.

V settimana
Lunedì: risotto allo zafferano oppure alle zucchine, tofu, fagiolini saltati, frutta fresca.
Martedì: minestra di verdure con pasta, pizza rossa senza formaggio, frutta fresca.
Mercoledì: pasta all’olio extravergine di oliva, cotoletta vegetale ai ferri, insalata verde, mousse di frutta mista.
Giovedì: gnocchi di patate al pomodoro, lenticchie in umido, finocchi o pomodori in insalata, frutta fresca.
Venerdì: pasta alla crema di verdure, fagioli cannellini lessati, carote in insalata, frutta fresca.

VI settimana
Lunedì: minestra di verdura con crostini senza parmigiano, piselli stufati, insalata verde, frutta fresca.
Martedì: pasta all’olio extra vergine di oliva, tofu, carote saltate, frutta fresca.
Mercoledì: pasta al pesto senza parmigiano, cotoletta vegetale ai ferri, patate lessate o al forno, frutta fresca.
Giovedì: pasta all’olio extra vergine di oliva, lenticchie al pomodoro, biete lessate, frutta fresca.
Venerdì: riso all’olio extra vergine di oliva, fagioli borlotti lessati, insalata verde, frutta fresca.

Fonte:

http://www.scienzavegetariana.it/

Le proteine animali fanno ingrassare

Secondo un nuovo studio scientifico, le proteine animali fanno ingrassare, al contrario di quelle vegetali.

Sulla rivista scientifica internazionale Journal of the American Dietetic Association è appena stato pubblicato (agosto 2011) un articolo che indaga la relazione tra l’assunzione di proteine vegetali e animali e l’obesità (“Longitudinal Association between Animal and Vegetable Protein Intake and Obesity among Men in the United States: The Chicago Western Electric Study.”).

Lo studio ` stato effettuato perché, come affermano i ricercatori, i dati finora disponibili sulla correlazione tra peso corporeo e assunzione di proteine non sono consistenti, e ben poco si sa della relazione nel lungo termine tra obesità e assunzione di proteine. La ricerca pubblicata si focalizza dunque proprio su questo: assunzione di proteine e obesità, facendo però la distinzione tra proteine animali e vegetali e comparandone l’effetto.

I dati utilizzati a questo fine sono stati quelli del “Chicago Western Electric Study”, che ha investigato un gruppo di 1730 persone (uomini di età compresa tra i 40 e 55 anni) tra il 1958 e il 1966. Queste persone sono dunque state seguite per 7 anni: sono stati annualmente registrati la loro alimentazione, la loro altezza e peso e altre informazioni.

Sulla base di tali informazioni, sono state utilizzate delle equazioni per stimare la relazione tra la quantità di proteine totali assunte e la probabilità di risultate sovrappeso o obesi al successivo esame annuale. Lo stesso calcolo ` stato fatto considerando separatamente le proteine animali e quelle vegetali, per verificare se vi fosse una maggior correlazione tra proteine animali-sovrappeso, oppure proteine vegetali-sovrappeso.

I calcoli effettuati sono stati, come sempre avviene in questi casi, adattati per tener conto dei potenziali “fattori confondenti”, come età, fumo di sigaretta, consumo di alcool, di calorie, di carboidrati e di grassi saturi, ed è anche stata presa in considerazione l’eventuale presenza di diabete o di altre malattie croniche.

Il risultato ottenuto ha mostrato che esiste una correlazione statisticamente significativa tra consumo di proteine animali e obesità: chi consumava una quantità maggiore di proteine animali aveva una probabilità di diventare obeso maggiore di 4,6 volte rispetto a chi ne consumava le quantità più basse; al contrario, chi consumava maggiori quantità di proteine vegetali aveva un rischio di risultare obeso dimezzato, rispetto a chi ne consumava le quantità più basse.

I ricercatori hanno quindi concluso che le proteine animali e quelle vegetali esercitano effetti opposti sullo sviluppo dell’obesità nel lungo termine: elevati consumi di proteine animali favoriscono l’obesità, mentre elevati consumi di proteine vegetali risultano protettivi nei confronti dello sviluppo di obesità.

Fonte:
Bujnowski D, Xun P, Daviglus ML, Van Horn L, He K, Stamler J., Longitudinal Association between Animal and Vegetable Protein Intake and Obesity among Men in the United States: The Chicago Western Electric Study, J Am Diet Assoc. 2011 Aug;111(8):1150-1155.e1.

http://www.scienzavegetariana.it

Soia: allarmismo ciarlatano e ricerca bio-medica

LA SOIA NELLA NUTRIZIONE UMANA: L’EVIDENZA SCIENTIFICA AL 2011

DI CARLO MARTINI
ComeDonChisciotte.org

SOIA: ALLARMISMO CIARLATANO E RICERCA BIO-MEDICA

La maggioranza delle campagne mediatiche contro la soia trae origine dalle teorie di un’organizzazione statunitense, la Weston A Price Foundation (WAPF) , impegnata da anni in una campagna per la promozione dei cibi di origine animale e lo screditamento delle diete vegetariane/vegan (di cui, comunque, la soia non è un alimento essenziale, come del resto qualunque altro singolo cibo). Il gruppo ha influenzato anche giornali ad ampia diffusione come The Ecologist, con la direzione di Zac Goldsmith (membro onorario) e gli articoli di Stephen Byrnes (supporter della WAPF, morto d’infarto a 42 anni).

Il metodo utilizzato da quest’organizzazione e realtà analoghe si basa sui principi fondanti di qualsiasi gruppo interessato a promuovere tesi completamente al di fuori da qualsivoglia idea di realtà scientifica, compresi ovviamente quelli che operano in realtà accademico-istituzionali:

– Modelli animali. La sperimentazione animale, oltre ad essere di per sè messa in discussione dall’ampio movimento internazionale dell’anti-vivisezionismo scientifico, ed essere comunque il tipo di studio (insieme alla colture in vitro) di più basso livello nella ricerca biomedica-nutrizionale – è particolarmente inutile nel caso della soia, viste le differenze specifiche tra umani ed altre specie nel metabolismo degli isoflavoni.

– “Teorie” biochimiche. Supposizioni sugli effetti a breve e a lungo termine di determinati composti (come i fitati o gli isoflavoni) senza ricerche su umani in grado di supportarle.

– Ricerche su umani decontestualizzate. Risultati contrastanti sono un fenomeno fisiologico della ricerca scientifica, ed il motivo per cui delle certezze possono essere raggiunte solo considerando il complesso della ricerca su un determinato tema.

La WAPF e i suoi metodi sono comunque già stati analizzati per esteso altrove. Si vedano, ad esempio:

Justine Butler, Ignore the anti-soya scaremongers, The Guardian (Thursday 1 July 2010 11.08 BST)

Leo Babauta, Finally, the Truth About Soy, Zen Habits (30 May 2011)

Riguardo alla soia, considerare il complesso della ricerca (ed in particolare le rassegne e le meta-analisi di pubblicazioni scientifiche) è quello che ha fatto Jack Norris di VeganHealth.org in Soy: What’s the Harm?, forse la più completa ed aggiornata analisi sulla soia che si possa trovare oggigiorno. Quanto segue è prevalentemente un riassunto del lavoro di Norris, a cui rimandiamo per approfondimenti e per i link agli abstract delle pubblicazioni originali. Da notare che, nelle righe seguenti, lo scopo non è enfatizzare i potenziali benefici della soia (per esempio, non trattiamo la questione della funzionalità renale e dell’osteoporosi), bensì focalizzarsi sui punti di controversia che sono stati sollevati negli anni e vedere cosa emerge dalla ricerca bio-medica effettiva.

“FITO-ESTROGENI”

Gli isoflavoni, ossia i fito-composti alla base delle controversie sulla soia, sono spesso definiti come “fito-estrogeni”. Il termine rischia di essere fuorviante, in quanto l’estrogeno vero e proprio si lega ad entrambi i tipi di recettori specifici (Estrogen Receptors Alpha & Beta) dell’organismo umano, mentre gli iso-flavoni tendono a legarsi ai Beta, producendo risultati fisiologici diversi se non opposti. Il termine tecnicamente più corretto sarebbe quindi quello di SERM (Selective Estrogen Receptor Modulators).

Oseni T, Patel R, Pyle J, Jordan VC. Selective estrogen receptor modulators and phytoestrogens. Planta Med 2008;74:1656-65.

CONSUMI IN ASIA

In Giappone, Cina, Shangai e Corea il consumo di prodotti a base di soia (fermentati o meno) è stato frequente nell’arco della storia e lo è tutt’ora, sia negli ambienti urbani che in quelli rurali, aggirandosi intorno a 1.5 porzioni al giorno. Parte dell’interesse scientifico nei confronti della soia è nato per capire se quest’ultima potesse avere un ruolo nell’incidenza storicamente bassa di tumore della prostata e della mammella nei paesi asiatici.

Messina M, Nagata C, Wu AH. Estimated Asian adult soy protein and isoflavone intakes. Nutr Cancer. 2006;55(1):1-12.

CANCRO

Tumore della mammella

Alcuni studi prospettici condotti in Asia su popolazioni a frequente consumo di soia (Singapore Chinese Health, Shanghai Women’s Study, Japan Public Health Center) hanno riscontrato che a maggiori consumi corrisponde un minor rischio di tumore della mammella, mentre non sono state trovate correlazioni significative in altre ricerche (Japan Collaborative Cohort, Japan Life Span ed EPIC-Oxford). Una delle più accreditate spiegazioni per le discrepanza dei dati è che la soia si riveli protettiva soprattutto se consumata durante l’adolescenza, quando i tessuti del seno sono ancora in fase di sviluppo.

Tra le donne a cui è stato diagnosticato un tumore della mammella, svariati studi hanno riscontrato una migliore prognosi (minor rischio di morte da tumore) tra le donne che consumavano frequentemente soia (Cancer Hospital of Harbin Medical University, Shangai Breast Cancer & Shanghai Breast Cancer Survival, Long Island Breast Cancer, Life After Cancer Epidemiology, Women’s Healthy Eating and Living).

Boyapati SM, Shu XO, Ruan ZX, Dai Q, Cai Q, Gao YT, Zheng W. Soyfood intake and breast cancer survival: a followup of the Shanghai Breast Cancer Study. Breast Cancer Res Treat. 2005 Jul;92(1):11-7.
Butler LM, Wu AH, Wang R, Koh WP, Yuan JM, Yu MC. A vegetable-fruit-soy dietary pattern protects against breast cancer among postmenopausal Singapore Chinese women. Am J Clin Nutr. 2010 Apr;91(4):1013-9.
Caan BJ, Natarajan L, Parker BA, Gold EB, Thomson CA, Newman VA, Rock CL, Pu M, Al-Delaimy WK, Pierce JP. Soy Food Consumption and Breast Cancer Prognosis. Cancer Epidemiol Biomarkers Prev. 2011 Feb 25.
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Hilakivi-Clarke L, Andrade JE, Helferich W. Is soy consumption good or bad for the breast? J Nutr. 2010 Dec;140(12):2326S-2334S.
Fink BN, Steck SE, Wolff MS, Britton JA, Kabat GC, Gaudet MM, Abrahamson PE, Bell P, Schroeder JC, Teitelbaum SL, Neugut AI, Gammon MD. Dietary flavonoid intake and breast cancer survival among women on Long Island. Cancer Epidemiol Biomarkers Prev. 2007 Nov;16(11):2285-92.
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Nishio K, Niwa Y, Toyoshima H, Tamakoshi K, Kondo T, Yatsuya H, Yamamoto A, Suzuki S, Tokudome S, Lin Y, Wakai K, Hamajima N, Tamakoshi A. Consumption of soy foods and the risk of breast cancer: findings from the Japan Collaborative Cohort (JACC) Study. Cancer Causes Control. 2007 Oct;18(8):801-8.
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Wu AH, Koh WP, Wang R, Lee HP, Yu MC (2008) Soy intake and breast cancer risk in Singapore Chinese health study. Br J Cancer 99(1):196–200.

Tumore della prostata

Da una meta-analisi del 2009 basata su 15 pubblicazioni epidemiologiche, emerge un effetto protettivo della soia rispetto al tumore della prostata, con un rischio ridotto del 26 % tra i gruppi nel livello di consumo più alto rispetto a quelli con consumo più basso. Considerano esclusivamente i prodotti non-fermentati, il risultato sale al 30 %. Da notare che, in questo caso, i gruppi a maggiore consumo erano comunque in un range basso, intorno ad una porzione al giorno (25 mg/d di isoflavoni e 8-10 g/d di proteine della soia)

Yan L, Spitznagel EL. Soy consumption and prostate cancer risk in men: a revisit of a meta-analysis. Am J Clin Nutr. 2009 Apr;89(4):1155-63

Tumore dell’endometrio e delle ovarie

Una meta-analisi del 2009, basata su 5 studi retrospettici e 2 studi prospettici, ha trovato i partecipanti a più alto consumo di soia (appena una porzione al giorno) con un ridotto rischio di cancro dell’endometrio e delle ovarie rispetto ai gruppi a più basso apporto.

Palacios S, Pornel B, Vázquez F, Aubert L, Chantre P, Marès P. Long-term endometrial and breast safety of a specific, standardized soy extract. Climacteric. 2010 Aug;13(4):368-75.

SALUTE CARDIOVASCOLARE

Dai risultati che emergono da 6 rassegne sistematiche delle pubblicazioni scientifiche sull’argomento, il consumo frequente di soia ha un moderato effetto nella riduzione del colesterolo LDL, e potrebbe averne effetti benefici anche rispetto alla funzione endoteliale nelle donne in post-menopausa, così come nella riduzione delle concentrazioni di omocisteina.

Cassidy A, Hooper L. Phytoestrogens and cardiovascular disease. J Br Menopause Soc. 2006 Jun;12(2):49-56.

TIROIDE

Sebbene gli isoflavoni della soia possano inibire la perossidasi tiroidea (enzima coinvolto nella sintesi degli ormoni tiroidei), la maggior parte degli studi clinici non ha riscontrato effetti della soia sulla funzionalità della tiroide, oppure sono stati osservati dei cambiamenti non reputati di importanza fisiologica. Per contrasto, uno studio randomizzato ed in doppio cieco del 2011 (Hull Royal Infirmary, Gran Bretagna) ha trovato che dei soggetti con ipo-tiroidismo sub-clinico avevano una maggior tasso di progressione verso l’ipo-tiroidismo cronico all’aumentare del consumo di soia. Da notare che lo studio è durato solo 8 settimane e, come suggerito dagli stessi ricercatori, un possibile esito di periodi di supplementazione prolungati potrebbe essere un miglioramento della funzionalità tiroidea come adattamento al carico di fitoestrogeni. Per altro, in questo stesso studio, gli isoflavoni avevano prodotto una significativa riduzione di pressione sanguigna, proteina C-reattiva e resistenza all’insulina. Comunque, per persone che si trovassero in tale condizione sub-clinica, è raccomandabile la limitazione del consumo di soia.

Riguardo ai soggetti in una condizione di ipo-tiroidismo cronico, variazioni significative nel consumo di soia andrebbero valutate singolarmente con il proprio medico di riferimento.

Messina M, Redmond G. Effects of soy protein and soybean isoflavones on thyroid function in healthy adults and hypothyroid patients: a review of the relevant literature. Thyroid. 2006;16(3):249 –258.
Sathyapalan T, Manuchehri AM, Thatcher NJ, Rigby AS, Chapman T, Kilpatrick ES, Atkin SL. The Effect of Soy Phytoestrogen Supplementation on Thyroid Status and Cardiovascular Risk Markers in Patients with Subclinical Hypothyroidism: A Randomized, Double-Blind, Crossover Study. J Clin Endocrinol Metab. 2011 Feb 16. [Epub ahead of print]

FACOLTA’ COGNITIVE

Studi clinici

Tra gli studi clinici, quattro hanno riscontrato che la soia ha effetti benefici sulle funzionalità cognitive rispetto al gruppo placebo; uno non ha osservato peggioramenti cognitivi nel gruppo della soia, riscontrandoli invece in quello del placebo; quattro hanno trovato effetti benefici, ma non avevano un gruppo placebo. Infine, altri tre studi non hanno notato differenze, valutando quindi la soia come neutra. Complessivamente, è probabile che la soia abbia o effetti positivi o si riveli neutra rispetto alle facoltà cognitive.

File SE, Jarrett N, Fluck E, Duffy R, Casey K, Wiseman H. Eating soya improves human memory. Psychopharmacology (Berl) 2001; 157:430-6.
Duffy R, Wiseman H, File SE. Improved cognitive function in postmenopausal women after 12 weeks of consumption of a soya extract containing isoflavones. Pharmacol Biochem Behav. 2003 Jun;75(3):721-9.
Fournier LR, Ryan Borchers TA, Robison LM, Wiediger M, Park JS, Chew BP, McGuire MK, Sclar DA, Skaer TL, Beerman KA. The effects of soy milk and isoflavone supplements on cognitive performance in healthy, postmenopausal women. J Nutr Health Aging. 2007 Mar-Apr;11(2):155-64.
Thorp AA, Sinn N, Buckley JD, Coates AM, Howe PR. Soya isoflavone supplementation enhances spatial working memory in men. Br J Nutr. 2009 Nov;102(9):1348-54.
Kritz-Silverstein D, Von Mühlen D, Barrett-Connor E, Bressel MA. Isoflavones and cognitive function in older women: the Soy and Postmenopausal Health In Aging (SOPHIA) Study. Menopause. 2003 May-Jun;10(3):196-202.
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Kreijkamp-Kaspers, S., Kok, L., Grobbee, D.E., de Haan, E.H.F., Aleman, A., Lampe, J.W., van der Schouw, Y.T. Effect of soy protein containing isoflavones on cognitive function, bone mineral density, and plasma lipids in postmenopausal women: A randomized controlled trial, JAMA. 2004;292:65-74.
Ho SC, Chan AS, Ho YP, So EK, Sham A, Zee B, Woo JL. Effects of soy isoflavone supplementation on cognitive function in Chinese postmenopausal women: a double-blind, randomized, controlled trial. Menopause. 2007 May-Jun;14(3 Pt 1):489-99.
Celec P, Ostatnikova D, Hodosy J, Putz Z, Kúdela M. Increased one week soybean consumption affects spatial abilities but not sex hormone status in men. Int J Food Sci Nutr. 2007 Sep;58(6):424-8.
Ostatníková D, Celec P, Hodosy J, Hampl R, Putz Z, Kúdela M. Short-term soybean intake and its effect on steroid sex hormones and cognitive abilities. Fertil Steril. 2007 Dec;88(6):1632-6.
Celec P, Ostatníková D, Cagánová M, Zuchová S, Hodosy J, Putz Z, Bernadic M, Kúdela M. Endocrine and cognitive effects of short-time soybean consumption in women. Gynecol Obstet Invest. 2005;59(2):62-6.
Pilsáková L, Riecanský I, Ostatníková D, Jagla F. Missing evidence for the effect one-week phytoestrogen-rich diet on mental rotation in two dimensions. Neuro Endocrinol Lett. 2009 Mar;30(1):125-30.

California Seventh-day Adventists

In California, tra gli Avventisti del Settimo Giorno sopra i 65 anni, i vegetariani (tali da almeno 30 anni) avevano un terzo della probabilità di sviluppare demenza senile rispetto ai loro coetanei onnivori, e questa popolazione tende ad avere un frequente consumo di soia.

Giem P, Beeson WL, Fraser GE. The incidence of dementia and intake of animal products: preliminary findings from the Adventist Health Study. Neuroepidemiology 1993; 12:28-36.
Fraser GE. Associations between diet and cancer, ischemic heart disease, and all-cause mortality in non-Hispanic white California Seventh-day Adventists. Am J Clin Nutr. 1999 Sep;70(3 Suppl):532S-538S.

Honolulu-Asia Aging Study

Uno studio prospettico, condotto alle Hawaii su anziani di provenienza asiatica, ha associato il consumo di tofu alla degenerazione senile, ma un’editoriale di accompagnamento faceva notare che il campione di riferimento era piccolo, la variazione standard ampia, e che – soprattutto – all’interno di questa popolazione di migranti il tofu (più economico delle carne) poteva essere una variabile confondente per un basso status socio-economico, che è di per sè un fattore di rischio per uno scarso sviluppo cerebrale e il conseguente declino delle funzioni cognitive, soprattutto se la condizione di povertà è stata vissuta durante l’infanzia. Tali tesi è stata recentemente ribadita in un’altra analisi sulla rivista officiale della International Brain Research Organization.

Grodstein F, Mayeux R, Stampfer MJ. Tofu and cognitive function: food for thought. J Am Coll Nutr. 2000 Apr;19(2):207-9.
Hogervorst E, Mursjid F, Priandini D, Setyawan H, Ismael RI, Bandelow S, Rahardjo TB. Borobudur revisited: Soy consumption may be associated with better recall in younger, but not in older, rural Indonesian elderly. Brain Res. 2010 Oct 28. Epub ahead of print.
White LR, Petrovitch H, Ross GW, Masaki K, Hardman J, Nelson J, Davis D, Markesbery W. Brain aging and midlife tofu consumption. J Am Coll Nutr. 2000 Apr;19(2):242-55.

Tofu and Tempeh Study (Indonesia)

Uno studio dall’Indonesia, indagando le capacità cognitive in un gruppo di persone tra i 52 e i 98 anni, ha riscontrato che il consumo del tempeh era associato a migliori risultati nei test di memoria, mentre il consumo del tofu sortiva effetti opposti. Anche in questo caso, si è trattato molto probabilmente di un fattore confondente, per una specifica pratica dell’industria alimentare indonesiana: l’aggiunta di formaldeide come preservante del tofu, che mette a rischio di danni ossidativi il tessuto dell’ippocampo e la corteccia frontale. Ad oggi, il governo dell’Indonesia non ha ancora posto fine a questo tipo di pratica. Da notare che, stranamente, in un follow-up di questo stesso studio, il tofu è stato invece associato a miglioramenti nelle facoltà cognitive nel gruppo al di sotto dei 73 anni.

Hogervorst E, Sadjimim T, Yesufu A, Kreager P, Rahardjo TB. High tofu intake is associated with worse memory in elderly Indonesian men and women. Dement Geriatr Cogn Disord. 2008;26(1):50-7. Epub 2008 Jun 27.
Hogervorst E, Mursjid F, Priandini D, Setyawan H, Ismael RI, Bandelow S, Rahardjo TB. Borobudur revisited: Soy consumption may be associated with better recall in younger, but not in older, rural Indonesian elderly. Brain Res. 2010 Oct 28. Epub ahead of print.
The Jakarta Post, Agency wants control on formaldehyde | Wed, 01/05/2011 9:53 AM. Accessed January 6, 2011.

CARATTERISTICHE FEMMINIZZANTI

Ginecomastia

Ci sono stati due case-report che hanno sollevato preoccupazione di caratteristiche femminizzanti dovute al consumo di soia. Uno di questi riguardava un uomo (malato di diabete tipo 1) che sviluppò una disfunzione erettile e bassi livelli di testosterone, l’altro è stato il caso di un anziano che ha sviluppato una condizione di ginecomastia, ossia un allargamento delle ghiandole mammarie. In entrambi i casi, i sintomi sono cessati dopo aver smesso il consumo della soia, che era rispettivamente di 14 e 12 porzioni al giorno, ossia una quantità spropositata che finiva per monopolizzare una parte considerevole delle loro diete. Al contrario, uno studio condotto su 20 uomini malati di tumore della prostata, a cui sono stati dati 450-900 mg/d di isoflavoni (l’equivalente di 18-38 porzioni di soia) per quasi tre mesi ha riscontrato che in solo due di questi si erano verificati dei leggeri casi di ginecomastia, e uno dei due stava assumendo un farmaco che avrebbe potuto sortire lo stesso effetto. Considerate le quantità enormi di isoflavoni che questo gruppo stava assumendo sotto forma di supplementazione, risulta estremamente improbabile che potrebbero emergere casi simili da “normale” consumo di soia, anche se fosse quotidiano e consistente.

Siepmann T, Roofeh J, Kiefer FW, Edelson DG. Hypogonadism and erectile dysfunction associated with soy product consumption. Nutrition. 2011 Feb 23.
Martinez J, Lewi JE. An unusual case of ginecomastia associated with soy product consumption. Endocr Pract 2008;14:415–8. (Abstract)
Fischer L, Mahoney C, Jeffcoat AR, Koch MA, Thomas BE, Valentine JL, et al. Clinical characteristics and pharmacokinetics of purified soy isoflavones: multiple-dose administration to men with prostate neoplasia. Nutr Cancer 2004;48(2):160–70.

Sperma

Una pubblicazione epidemiologica del 2008 ha trovato che gli uomini in una clinica di fertilità avevano minori concentrazioni di sperma se consumavano maggiori quantità di soia, ma la differenza potrebbe essere spiegata dal corrispettivo maggior volume di eiaculazione. Due più recenti studi clinici (62 mg/d per due mesi e 480 mg/d di isoflavoni per tre mesi) non hanno trovato differenze nella quantità, concentrazione o motilità dello sperma.

Beaton LK, McVeigh BL, Dillingham BL, Lampe JW, Duncan AM. Soy protein isolates of varying isoflavone content do not adversely affect semen quality in healthy young men. Fertil Steril. 2010 Oct;94(5):1717-22.
Chavarro JE, Toth TL, Sadio SM, Hauser R. Soy food and isoflavone intake in relation to semen quality parameters among men from an infertility clinic. Hum Reprod. 2008 Nov;23(11):2584-90.
Messina M, Watanabe S, Setchell KD. Report on the 8th International Symposium on the Role of Soy in Health Promotion and Chronic Disease Prevention and Treatment. J Nutr. 2009 Apr;139(4):796S-802S.

SINTOMI DA MENOPAUSA

Qualora si consumino almeno 15 mg/d di genistein (uno degli isoflavoni della soia) è possibile ridurre significativamente l’incidenza di vampate di calore.

Messina M, Watanabe S, Setchell KD. Report on the 8th International Symposium on the Role of Soy Health Promotion and Chronic Disease Prevention and Treatment. J Nutr. 2009 Apr;139(4):796S-802S.

ACIDO FITICO E ASSORBIMENTO DEI MINERALI

L’acido fitico è presente in molti cibi vegetali integrali, ma la soia ne ha quantità mediamente maggiori. Questo tipo di composto è importante per la prevenzione della perossidazione lipidica, l’ossidazione del ferro nei tessuti del colon-retto e la calcolosi renale, ma inibisce l’assorbimento di alcuni minerali. Inibizione non significa però che l’assorbimento non avvenga: il calcio viene generalmente assorbito a livelli comparabili con quelli dal latte di mucca; lo zinco tra il 10 e il 20 %, ed il ferro fino al 30 % (che è un valore elevato, e alcuni prodotti a base di soia sono particolarmente ricchi di questo minerale, senza contare che cibi ricchi di vitamina C possono aumentarne ulteriormente l’assorbimento). I prodotti fermentati (tempeh, miso, natto) hanno di per sè una migliore bio-disponibilità.

Egli I, Davidsson L, Zeder C, Walczyk T, Hurrell R. Dephytinization of a complementary food based on wheat and soy increases zinc, but not copper, apparent absorption in adults. J Nutr. 2004 May;134(5):1077-80.
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ESANO

L’esano è un composto impiegato da alcune industrie per separare la componente oleosa da quella proteica nei fagioli di soia. Le proteine vengono poi utilizzate per produrre “carni” vegetali e altri prodotti basati su isolati proteici. L’esano è potenzialmente pericoloso sia per i lavoratori che per l’ambiente, ma non ci sono evidenze di pericolosità per i consumatori, e l’Unione Europea pone dei limiti di 30 mg/kg (30 ppm) come residuo massimo nei prodotti di soia. Comunque, qualora si consumino isolati proteici, come forma cautelare sarebbe preferibile scegliere aziende biologiche, che prediligono processi meccanici come l’estrusione ad alte temperature o i trattamenti a vapore.

Cornucopia Institute, Toxic Chemicals: Banned In Organics But Common in “Natural” Food Production Soy Protein and Chemical Solvents in Nutrition Bars and Meat Alternatives, November 2010
Directive 2009/32/EC of the European Parliament and of the Council of 23 April 2009 on the approximation of the laws of the member states on extraction solvents used in the production of foodstuffs and food ingredients. Official Journal of the European Union.

FORMULE FOR L’INFANZIA

Le formule per l’infanzia a base di soia (oggigiorno fortificate con iodio, e idealmente con DHA) sono considerate sicure sia dall’American Academy of Pediatrics che dal National Toxicology Program, in quanto non pongono rischi per lo sviluppo infantile o la funzionalità endocrino-riproduttiva una volta adulti. Uno studio attualmente in corso (Beginnings Study), dedicato specificamente a studiare gli effetti delle formule sullo sviluppo infantile, ha confermato tali posizioni, non avendo riscontrato alcun effetto negativo sullo sviluppo generale, sessuale e neurologico rispetto a bambini alimentati con formule basate sul latte di mucca.

La soia non è però raccomandata a bambini con ipo-tiroidismo congenito (vedi paragrafo sulla tiroide), e a quelli nati prematuri, in quanto le formule con latte di mucca si sono rivelate più efficaci per lo sviluppo osseo in questo caso specifico. Tra i bambini nati normalmente, invece, i dati dal Beginnings Study suggeriscono maggiori benefici per la salute ossea dalle formule a base di soia.

Badger TM, Gilchrist JM, Pivik RT, Andres A, Shankar K, Chen JR, Ronis MJ. The health implications of soy infant formula. Am J Clin Nutr. 2009 May;89(5):1668S-1672S.
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CONCLUSIONE

Decenni di molteplici ed estese ricerche scientifiche sul consumo di soia in Asia e nei paesi occidentali parlano chiaro: a meno che non si viva in Indonesia (visto il possibile uso di formaldeide nei processi di produzione del tofu), le uniche situazioni di potenziale rischio sono allergie, ipo-tiroidismo, o comunque una dieta che non fornisca un apporto sufficiente di iodio. Al riguardo, ricordiamo che il sale iodato, consumato in moderazione, è una fonte affidabile.

Per il resto della popolazione, edamame, tempeh, miso, natto, tofu, latti e yogurt di soia possono essere una piacevole aggiunta alla propria dieta. Anzi, considerata non solo la sicurezza, ma soprattutto i potenziali benefici salutistici (ad esempio nella prevenzione dei tumori), il consumo di prodotti a base di soia andrebbe incentivato attivamente fin dall’infanzia, possibilmente preferendo prodotti da coltivazioni biologiche (OGM-free) e, ovviamente, senza togliere troppo spazio a tutti gli altri legumi che ci offre la natura.

02.08.2011 

Carlo Martini
http://www.comedonchisciotte.org/

Minor rischio di diverticolite nei vegetariani

Un nuovo studio mostra che la dieta vegetariana e’ protettiva anche nei confronti della diverticolite.

Sul numero di luglio 2011 della rivista scientifica internazionale British Medical Journal è stato pubblicato un interessante articolo sulla correlazione tra dieta vegetariana e rischio di diverticolite, dal titolo: “Dieta e rischio di diverticolite nella coorte dello studio EPIC-Oxford (European Prospective Investigation into Cancer and Nutrition): studio prospettico dei vegetariani e non vegetariani britannici”.

Lo studio ha valutato la correlazione tra la dieta vegetariana e l’assunzione di fibra con il rischio di sviluppo della diverticolite.

La popolazione esaminata è stata quella dello studio EPIC-Oxford, un campione vasto di persone in maggioranza attente alla propria salute provenienti da tutto il Regno Unito; in totale il gruppo era formato da 47.033 persone tra uomini e donne e circa un terzo di queste (15.459) si sono definite vegetariane.

L’apporto di fibra nella dieta è stato calcolato sulla base di un questionario alimentare comprendente 130 voci. I casi di diverticolite sono stati identificati dai referti ospedalieri e dai certificati di morte.

Dopo circa undici anni e mezzo dall’inizio dello studio, si sono verificati 812 casi di diverticolite (806 ricoveri in ospedale e 6 morti). Dall’analisi statistica dei dati, è emerso che i vegetariani avevano un rischio del 31% inferiore di sviluppare la diverticolite rispetto ai carnivori. La probabilità totale di ricovero in ospedale o morte per diverticolite nella fascia d’età 50-70 anni era del 4.4% per i carnivori e 3.0% per i vegetariani.

E’ stata anche riscontrata un’associazione inversa con l’assunzione di fibra alimentare: le persone che ne consumavano una quantità maggiore (oltre 25,5 grammi al giorno per le donne e oltre 26,1 per gli uomini) avevano un rischio inferiore del 41% rispetto a coloro che ne consumavano la quantità minima (meno di 14 grammi al giorno). Sia nel caso di dieta vegetariana che onnivora è stato dunque riscontrato che un maggior apporto di fibra è associato a una diminuzione del rischio di diverticolite.

I ricercatori concludono quindi che un’alimentazione vegetariana e un’elevata assunzione di fibre con la dieta sono entrambi fattori associati a un minor rischio di ricovero in ospedale e di morte per diverticolite.

Fonte:

Crowe FL, Appleby PN, Allen NE, Key TJ. Diet and risk of diverticular disease in Oxford cohort of European Prospective Investigation into Cancer and Nutrition (EPIC): prospective study of British vegetarians and non-vegetarians., BMJ. 2011 Jul 19;343:d4131. doi: 10.1136/bmj.d4131.

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