La vivisezione? Praticamente inutile

Intervista al dottor Stefano Cagno

Ecco l’intervista rilasciatami dal dottor Cagno, sul mio giornale di Segrate, in vista della conferenza che si terrà giovedì 13 dicembre a MI2.  E questo è solo un assaggio di tantissime argomentazioni che presenterà.
Venite
Federica Enne

Stefano Cagno

Considerata l’attualità dell’argomento, portato all’attenzione pubblica dalle vicende legate all’allevamento di beagle di Green Hill di Montichiari, e alla nuova lotta animalista che ha nel mirino la Harlan Laboratories Inc., è evidente che l’opinione pubblica italiana sempre più apertamente esprime condanna morale della vivisezione e bisogno di conoscere le motivazioni non solo etiche, ma scientifiche, in base alle quali prendere una posizione consapevole.   E si va diffondendo la convinzione che non è più accettabile che decisioni di natura etica siano affidate solo a chi sostiene l’inevitabile necessità della sperimentazione su cavie: esplicita è la richiesta di dare ascolto e credito a quell’ampia parte della comunità scientifica che reputa scientificamente necessario il ricorso a metodi di sperimentazione alternativi all’uso di animali.

Per questo motivo ci siamo rivolti al dottor Stefano Cagno, noto medico antivivisezionista su basi anche scientifiche, visto che terrà una conferenza patrocinata dal Comune di Segrate (presso il Centro Civico di MI2 la sera del prossimo giovedì 13 dicembre) proprio su questo tema e sui metodi di ricerca odierni.

Gli animali e la ricerca

La sperimentazione animale è necessaria al progresso scientifico?

«È difficile negare che nei secoli passati la sperimentazione animale abbia a volte contribuito alla comprensione della fisiologia umana. Nel 2012, però, non studiamo più gli aspetti macroscopici dei sistemi biologici complessi, come ad esempio la funzione del cuore, ma studiamo gli aspetti microscopici, come la modalità di funzionamento del cuore dell’uomo o di un animale, oppure come viene metabolizzato ed eliminato un farmaco.   Per gli aspetti microscopici, ogni specie possiede un proprio assetto genetico e quindi ha un modo di funzionare e di reagire alle sostanze con le quali viene a contatto che differisce da tutte le altre: perciò, spesso, ciò che vale per una specie non vale per un’altra».

Se non si sperimentasse sugli animali, però, si dovrebbe farlo sull’uomo?

«Quasi nessuno è a conoscenza che oggi dopo avere sperimentato sugli animali bisogna farlo anche sugli essere umani. Nessun farmaco può essere commercializzato se non ha superato i test umani. La sperimentazione umana è quindi prassi, anche oggi che si utilizzano gli animali. Non è questa la prova che dei test animali non ci si può fidare?»

Perché testare anche sulla nostra specie se la sperimentazione animale fosse scientificamente valida?  

«Qualcuno dice che se non si testasse sugli animali, la ricerca si fermerebbe.
Niente di più falso. La sperimentazione animale è solo uno dei passaggi prima della commercializzazione di un nuovo farmaco, ed è anche il più impreciso e inaffidabile. Purtroppo è grazie ai rischi che corrono le prime “cavie” umane che sappiamo realmente come i farmaci si comportano nella nostra specie. Secondo la Food and Drugs Administration (l’organismo di controllo sulla commercializzazione dei farmaci statunitense), il 92% delle sostanze che hanno superato la sperimentazione animale non supera quella umana e secondo l’Associazione dei medici statunitensi il 51% dei farmaci commercializzati presentano gravi reazioni avverse che non si erano riscontrate nei test sugli animali. Ci si può fidare di un metodo di ricerca che fallisce nel 96% dei casi?»

Il 95% del DNA dei roditori è, però, uguale a quello degli esseri umani.  

«Certamente. Tuttavia noi siamo diversi proprio grazie a quel 5%, che corrisponde a circa 1500 caratteri geneticamente trasmessi. I roditori vivono solo due anni al massimo, ma noi studiamo malattie umane che hanno bisogno di decenni per manifestarsi o farmaci che gli umani dovranno assumere per tutta la vita. I roditori non parlano, camminano su quattro zampe, pesano solo decine di grammi. Chi confonderebbe un ratto con un essere umano? I ricercatori ritengono di poter paragonare la propria intelligenza a quella di un topo o di un ratto? Ciò significherà qualcosa da un punto di vista biologico».

Bisogna però sperimentare in qualche modo prima di passare agli esseri umani. Come posso farlo senza il ricorso agli animali?  

«Per prima cosa bisogna ricordare che mai nessun modello animale – così si chiamano tecnicamente gli esperimenti sugli animali– è stato dimostrato scientificamente valido, almeno secondo i criteri formali della Scienza del 2012 e non quelli del 1800. Si chiede giustamente ai metodi sostitutivi – o alternativi, come più spesso sono chiamati– di essere validati, ma si dimentica che i test sugli animali non lo sono mai stati. O si validano anche questi ultimi o si truffa l’opinione pubblica spacciando per affidabili test che non lo sono. Stranamente i ricercatori si oppongono alla validazione dei modelli animali; eppure, se fossero convinti della validità dei loro test, dovrebbero essere i primi a chiederne la validazione.   Nel 2012 esistono molti metodi sostitutivi. Le colture cellulari e tessutali umane forniscono risultati parziali rispetto al funzionamento globale dell’organismo umano, ma affidabili perché riferiti alla nostra specie. I test animali forniscono risultati globali ma inaffidabili perché riferiti ad altre specie.
Esistono però anche i modelli matematici, meccanici, i simulatori metabolici, ossia metodiche che utilizzano il recente enorme sviluppo tecnologico».

Perché allora si continua a sperimentare sugli animali?

«Per pigrizia mentale e perché a qualcuno è utile un metodo di ricerca grazie al quale si può sempre ottenere il risultato voluto: basta cambiare la specie. Non dimentichiamoci che quando le industrie farmaceutiche sono state portare in giudizio per rispondere dei danni provocati da farmaci che si erano dimostrati sicuri nei test animali, si sono sempre difese dicendo che loro avevano fatto tutto ciò che la legge gli chiedeva, ma gli animali rispondo spesso in maniera differente rispetto agli umani, e quindi non sono tenute a pagare i danni. Non è questa esattamente la tesi degli antivivisezionisti? Tuttavia quando si chiede ai rappresentanti delle industrie di impegnarsi per cambiare le leggi, si oppongono in modo assoluto».

Fonte:
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